mercoledì 10 luglio 2013

Tra miti e leggende

Gorica Sarajevo"Gli italiani fregano, rubano, sono mafiosi, ciarlatani, nullafacenti." Di fronte ad un'affermazione del genere qualsiasi abitante del "bel paese" si indignerebbe e avrebbe tutte le ragioni del mondo per farlo. Di conseguenza anche Fadila ha tutte le ragioni di indignarsi quando sente parlare dei gitani come di gente sporca, cialtrona, che ruba, che non manda i figli a scuola. Lei, che ha quarantatré anni, lavora sei ore al giorno come pulitrice per un'organizzazione internazionale e guadagna 400 marchi (200 euro) al mese, che arrotonda come può facendo pulizie per le case di privati. Conosce benissimo l'inglese ed è fiera ed orgogliosa di mostrarmi la casetta a due piani (splendente come casa mia non sarà mai - Mauri rassegnati) in cui vive con la madre, il marito e due figli, entrambi regolarmente iscritti a scuola: la più grande, di sedici anni, frequenta la scuola economica e vuole studiare criminologia all'università. Il più giovane, invece, segue le orme del nonno e sta frequentando la scuola di falegnameria e design. Le chiedo come sono i rapporti con gli "altri". Mi dice che non sono facili, che le persone hanno molti pregiudizi nei confronti dei gitani e mi fa l'esempio della figlia che a scuola ha ottimi voti ma che non è ben vista da alcuni professori che si domandano come mai va a scuola, "che tanto tra poco ti sposi". Il marito di Fadila faceva lo stampatore ma ha perso il lavoro, quindi i pochi soldi che lei guadagna devono bastare per tutti. Durante la guerra la sua vecchia casa è stata distrutta e lei ferita.
Gorica SarajevoMa non si lamenta Fadila: è contenta di avere una casa (grazie ad aiuti internazionali, mi dice) e un lavoro, così i suoi figli possono andare a scuola. E io sono contenta di averla conosciuta: è stato un vero privilegio.
Mentre conversiamo la mamma, Šelifa, che non vuole farsi fotografare mi offre un caffè e un bicchiere di succo di frutta. Ha cinquantotto anni e vive da sempre a Gorica. Il marito, il padre di Fadila, è andato alla scuola Hasan Kikić, insieme con Emir Kusturica, che qui è considerato un po' un mito. Proprio dalla scuola elementare Kikić che, a sentire anche gli "altri", è un'ottima scuola, Kusturica ha mosso i suoi primi passi in quel mondo che, poi, sarebbe diventato "Il tempo dei gitani".

Attraverso la stradina e vedo quattro persone che si danno da fare per segare un pezzo di compensato. Chiedo se posso parlare un po' con loro e scattare delle fotografie. "Sì, mi dicono, ma non qui fuori, entriamo in casa." Mi tolgo le scarpe, come fanno gli altri (e come si usa in tutte le case a Sarajevo) e mi siedo per terra, ascoltando le loro storie. In casa (tre camere da letto, una cucina e un bagno) vivono quindici persone, tra la mamma, Nazmija, il papà, qualche figlio e qualche nipote (fate voi il conto, io l'ho perso).
Una delle figlie sa lo sloveno perché vive a Maribor insieme al marito, che lavora asfaltando strade. Mi dice che la situazione della famiglia, a Sarajevo, è pesante: nessuno lavora in questo momento e lei solo ogni tanto riesce a portare qualcosa dalla Slovenia. Nessuna forma di sussidio, nessuna forma di assistenza. La scuola si paga e, non lavorando nessuno, i bambini non ci possono andare. "Come imparano allora a leggere e a scrivere?" domando. "Qualcuno in casa insegna loro", mi risponde Šeribana. In realtà, mi spiegherà dopo Dubravka, un'amica di qui, che conosce perfettamente l'italiano, la scuola elementare è gratuita, ma è necessario pagare quaderni, matite, trasporti, e alcuni non se lo possono permettere. La famiglia, come quella di Fadila, è musulmana ma, a differenza di quest'ultima, è praticante. Le donne non portano il velo, ma tutti vanno in moschea e seguono il Ramadan (fatta eccezione per le sigarette) per tutta la durata del rito. "E i bambini?", domando. "No, loro no. Loro hanno bisogno di mangiare durante il giorno".
Alla mia affermazione "i gitani sono oggetto di molti pregiudizi" uno degli uomini ci tiene a precisare che loro non sono gitani, ma sono rom. "I gitani sono quelli che rubano, chiedono la carità e cose simili, i rom no." Gitani, rom, zingari, la mia testa inizia a pulsare così saluto la famiglia, con il proposito molto chiaro di uscire dalla mia completa ignoranza in materia e di tornare a trovarli prima di ripartire.


Oggi è anche un giorno speciale perchè in casa di Mira si festeggia il compleanno di Hilda, la nipotina, che compie tre anni.
In realtà il compleanno verrà festeggiato domani perché la famiglia non se la sentiva di fare una festa, visto che oggi si commemora il genocidio di Srebrenica.
Anche Mira vive a Gorica (il quartiere dei rom), ha 61 anni e attende la pensione (che arriverà appena fra quattro anni). Non lavora, come del resto gli altri in famiglia, ad eccezione di un figlio, che ha però dovuto spostarsi in Germania una decina di anni fa. Prima della guerra Mira faceva le pulizie e il marito il carrozziere, ma adesso non c'è più lavoro e l'unico sussidio che percepiscono è quello per la bambina. Davanti a una tazza di caffè mi dice che la vita è dura: senza lavoro non si ha diritto nemmeno all'assicurazione sanitaria. La Croce Rossa una volta all'anno porta un pacco, ma questo è tutto quello che ricevono dalla cosiddetta "solidarietà internazionale". Mi mostra la sua casa, dove non mancano divani e poltrone per accogliere gli ospiti, né le stanze da letto, in una delle quali dormono lei e la piccola.
La bimba non va all'asilo perché la mamma può stare con lei, dato che non lavora. "Ma", aggiunge Mira, "i miei tre figli sono andati all'asilo perchè sia io che mio marito lavoravamo tutto il giorno". Sono andati anche a scuola i figli, hanno terminato le elementari (l'equivalente della scuola media italiana). "Sotto la Jugoslavija si stava bene", aggiunge, "c'erano fabbriche, c'era lavoro, l'assistenza sanitaria era per tutti e la scuola anche." "Se trovo una persona che mi parla male della "Federativna", giuro che gli offro da bere fino a ubriacarlo", le dico prima di andarmene. Ridono, lei e la figlia, sapendo perfettamente che non ne troverò nessuno (come non ne ho trovati finora) che mi parlerà male della vecchia Jugoslavija. Non mi resta che salutarle e rinnovare un semplice "tanti auguri Hilda!"

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martedì 9 luglio 2013

Jagomir

Oggi mi piomba addosso tutta la pesantezza delle storie che ho sentito, dei posti che ho visto e di quelli che non ho avuto il coraggio di vedere. Ma ho un appuntamento con una persona davvero speciale, quindi mi alzo alle 7, bevo caffè bosniaco (schifosissimo perchè ancora incapace di prepararlo comediocomanda) ed esco di casa, non prima di aver controllato tre volte di aver spento i fornelli elettrici e di non aver lasciato sulla piastra ancora calda il pentolino dell'acqua. "Ma chi se ne frega?" Sì, lo so, me lo dico da sola ma faccio davvero fatica a scrivere in questo momento e da qualche parte dovevo pur iniziare.
Comunque, dopo quaranta minuti di camminata in salita arrivo a Jagomir, la clinica psichiatrica di Sarajevo che, adagiata sulla collina e immersa nel verde, assomiglia, in scala ridotta, all'ex manicomio di San Giovanni, a Trieste (una scritta sul tetto di un edificio in rovina riporta l'anno 1916).
Mi riceve il primario, il dottor Ferid Mujanović, un uomo di cuore, si capisce solo a guardarlo nei suoi grandi occhi celesti. E mi conforta sapere che al mondo esistono ancora persone che ti accolgono nella loro casa senza domandarti niente se non il nome e il motivo per cui hai deciso di arrivare proprio lì. Gli spiego, un po' in slovenocroatodiomiperdoniloscempiolinguistico, un po' in inglese, il progetto che sto seguendo e, con molta partecipazione, acconsente.
Ha qualche minuto a disposizione e mi racconta un po' la storia dell'ospedale psichiatrico. Prima della guerra la struttura ospitava circa trecento pazienti. Ora i posti letto sono 70, secondo il modello della nuova psichiatria che (sintetizzando) prevede il ricovero solo in casi effettivamente necessari e per una durata non superiore ai trenta giorni. Nell'ospedale ci sono tre reparti, uno per le donne, uno per gli uomini, e un'unità di cure intensiva, oltre a degli spazi destinati ad attività ricreative, dove i pazienti si incontrano, parlano, ascoltano musica.
Chiedo al medico se conosce Franco Basaglia. Domanda idiota, risposta affermativa.
Nel 1992 i pazienti ricoverati a Jagomir furono cacciati a forza dall'ospedale e spostati a Bjelave, vicino all'ospedale principale di Koševo, in un asilo chiamato "Fiori felici", un edificio, mi spiega il primario, in buone condizioni ed in una posizione da cui era possibile procurarsi cibo e altri beni di prima necessità. Una cinquantina di pazienti cronici, tutti adulti, vissero nella struttura provvisoria, insieme al dottor Ferid e a pochissimi altri operatori per i lunghi anni della guerra, in condizioni che non riesco nemmeno lontanamente ad immaginare.
"I rapporti di vicinato erano buoni", continua il dottor Mujanović, "e capitava anche che i pazienti venissero accolti nelle case degli abitanti della zona."
La dottoressa Amira (anche lei con i pazienti per tutta la durata dell'assedio) aggiungerà in seguito che era vero anche il contrario: la gente del posto andava nella struttura per rifornirsi di acqua, per telefonare, per guardare la televisione.
"La cosa stupefacente", mi dice la dottoressa, "è che in quei quattro anni nessuno di noi si è ammalato, nè fra i pazienti nè fra il personale sanitario". E questo nonostante il fatto che l'unico cibo a disposizione fosse costituito da riso, pasta, lenticchie e mais. "I problemi sono arrivati dopo," mi spiega, "perché il metabolismo non era più lo stesso. Ci ho messo del tempo a normalizzarlo".
Dopo che i pazienti e il personale sanitario furono mandati via da Jagomir, l'ospedale si trasformò in un campo di prigionia, di smistamento, di morte. Una targa, sull'edificio principale dice (mi perdonino i lettori di madrelingua serbocroata per la traduzione): "Per non dimenticare, perché non si ripeta - Questo edificio, conosciuto con il nome di Jagomir, nel periodo 1992-1995, è stato utilizzato dagli aggressori della Bosnia Erzegovina e dai loro collaborazionisti locali come campo in cui i civili di Nahorevo e di altre parti della municipalità "Centar" venivano reclusi e poi uccisi o mandati in luogo ignoto".
Insieme a un altro medico vado a visitare un edificio in rovina, dove un tempo erano ospitati i pazienti e dove, successivamente, hanno piazzato il loro culo gli "aggressori", per uccidere gente o per mandarla al campo di Vogosca (vedasi Witness Says Guards Helped Him Survive Jagomir, che riporta una testimonianza).
Intorno all'ospedale, su per le colline, mi spiega il medico, ci sono ancora probabilmente delle mine e non è il caso di andarci. Gli chiedo se lui durante la guerra, era insieme ai pazienti. "No", mi risponde, "io ero arruolato fra il personale sanitario (nota - dell'esercito croato-musulmano), ma con il fucile in spalla". "Ha conosciuto Radovan Karadžić?" gli domando con una certa esitazione, riferendomi al periodo precedente la guerra, quando Karadžić esercitava come psichiatra. "Come no", mi risponde, "giocavamo a scacchi insieme. Era uno non particolarmente simpatico, nè particolarmente speciale. Uno come gli altri."
Scendendo da Nahorevska e risalendo dall'altra parte della strada si può notare l'ospedale infantile, un edificio che sembra nuovo di pacca. Proprio sotto, quello che resta di qualcosa che assomiglia anch'esso a una struttura ospedaliera, composta da tre/quattro edifici. Intorno, però, solo automobili che salgono e scendono, nessuno a piedi cui domandare. C'è scritto, su uno degli edifici, che è severamente proibito entrare, ma questa volta ho deciso di non scappare. In seguito mi diranno che gli edifici in rovina fanno parte dell'ospedale infantile, che per fortuna era stato evacuato.
Ospedale infantile Sarajevo
Ospedale infantile Sarajevo
Ospedale infantile Sarajevo


Resta per me aperta una domanda alla quale non riesco a dare una risposta: "Come si sopravvive a una guerra?" Le persone che ho conosciuto cercano di dimenticare oppure di raccontare le loro storie, per scaricare il peso che portano addosso. 

Almir

Almir, ad esempio, che ho conosciuto sabato sera, tiene un diario dove scrive poesie
con una grafia così accurata che da sola esprime la bellezza della persona. Questa che riporto è la poesia numero 29, datata 19/07/2013 ore 9.35. Ringrazio tantissimo Zorica per l'aiuto nella traduzione e ringrazio altrettanto Sandra per aver scattato la foto della poesia e avermi quindi dato la possibilità di trascriverla qui.

Maloljetni borci


Bili su dječaci, ali
dobri momci
bez straha su jurišali
maloljetni borci.

Umjesto igre na ulica
a rovu su hrabro stajali
ze iedinu domovinu
svoje živote davali

A pola noći a po dana
sa puškom u ruc
čuvali su Bosno ti
mladi vuci.

Izgubili mladost izgubili
sve od države u zaborav
gube se tako danas žive
maloljetni borci Bosanske Armije

Jedina su pomoć sami sebi
dragi bog što ih s neba
gleda za sreću in tako
malo treba kriško hljeba
i komad Bosanskog neba.

(traduzione italiana)
Erano ragazzini, ma
bravi ragazzi
senza paura sono partiti all'attacco
i giovani combattenti.

Invece che giocare in strada
hanno coraggiosamente innalzato barricate
per una sola patria
hanno dato la vita.

Di notte e di giorno
con il fucile in mano
hanno difeso la Bosnia
questi giovani lupi.

Hanno perduto la giovinezza, hanno perduto tutto
sperduti nell'oblio dello stato
così vivono oggi
i giovani combattenti dell'esercito bosniaco.

In se stessi trovano l'unico aiuto
e in Dio che dal cielo li guarda
hanno bisogno di così poco per essere felici:
un pezzo di pane
e un pezzo di cielo bosniaco.

Remzija

Per Almir non è semplice, come non è semplice per Remzija, di Iljaš, che soffre di sindrome post traumatica e lo conosco all'ospedale di Jagomir. La commemorazione dello sterminio di Srebrenica è stato troppo forte per lui e, di conseguenza, è stato ricoverato nel reparto uomini della struttura.
Prima della guerra lavorava in una fabbrica di automobili, poi è stato arruolato nell'esercito e per quattro anni ha combattuto a Tuzla nel II Korpus, in una brigata di 120 soldati. E' stato ferito e mi mostra le cicatrici sulla schiena e sul piede.
"I miei problemi sono iniziati già durante la guerra", mi dice, "con il rumore degli elicotteri e le granate." "La guerra mi è entrata nella testa".
Remzija ha 56 anni, una moglie e due figlie gemelle di sedici anni, e per tutta la famiglia c'è solo la sua pensione, di circa 300 marchi, più 40 marchi che riceve come aiuto dall'associazione degli invalidi di guerra della Bosnia ed Erzegovina.
Lui non può guardare la tv perché gli fa male, ma mi suggerisce di guardare il film "Bitka na Sutjeski" - una memorabile battaglia durante la seconda guerra mondiale, come quella sulla Neretva. Lo farò, senz'altro, appena torno in Italia.


Abdulah

Un'altra storia è quella di Abdulah, uno dei pochi "veri" artigiani che oramai restano nella Baščaršija, il centro storico della città, che risale all'epoca del governo ottomano. Mi offre un caffè bosniaco e iniziamo a parlare, io in sloveno, lui in bosniaco-serbo-croato-montenegrino o come si voglia chiamare quella che una volta era un'unica lingua e si chiamava serbocroato, come dice Abdulah stesso.
Gli chiedo cosa ne pensa lui del totale menefreghismo dimostrato dalla comunità internazionale durante la guerra. Mi dice, come altri han fatto prima di lui in questi giorni, che tale indifferenza era intenzionale, come intenzionale era l'arrivo di Mitterand a Sarajevo il 28 giugno del 1992 (il 28 giugno è il giorno di San Vito, ricorrenza cara al popolo serbo, che celebra (?) la sconfitta subita nella battaglia di Kosovo polje da parte dei turchi nel lontano 1389). "Perché intenzionale?" gli chiedo. Semplicemente perché in un mondo globalizzato la concorrenza deve sparire e la Jugoslavija unita poteva costituire un serio concorrente.
Gli domando poi cosa pensa del fatto che le donne musulmane portino il velo. Mi risponde che il velo è stata una reazione alla guerra, un modo per ricreare un'identità che era stata distrutta. Può essere, ma c'è qualcosa che non mi convince: la stragrande maggioranza delle donne che indossano il velo in questa città sono giovani e giovanissime. Non capisco. Conosce Trieste Abdulah, e persino Gorizia dove ha partecipato al festival del folklore e dove non ha potuto non notare la scritta "Naš Tito" sulla cima del versante sloveno del monte Sabotino.
Continua a credere, nonostante tutto, nonostante abbia combattuto come volontario durante la guerra, che la diversità sia una ricchezza. E lo dice con la stessa espressione di tutti gli altri uomini che ho conosciuto in questi giorni, l'espressione di chi ha capito forse il senso della vita.
Abdulah è un musicista, ed è anche un artigiano. Lavora il rame, per farne degli oggetti unici: orecchini, vassoi, caffettiere, tazzine, orologi da muro, braccialetti. L'ho visto lavorare per tutto il pomeriggio e ne sono rimasta incantata, forse perché è davvero tanto tempo che non vedo nessuno (cecità mia probabilmente) impiegare le mani per qualcosa che non sia virtuale, in tutti i sensi.


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lunedì 8 luglio 2013

Il mercato di Markale

Il mercato di Markale Sarajevo"Chi ha fatto cosa e perché", questa è la domanda che mi sono posta in questi giorni. Sono venuta qui con la mia "verità", memore dei servizi televisivi e degli articoli di giornale che, tra il '92 e il '96 hanno documentato la guerra in Bosnia, oltre che dei libri che sono stati scritti su questa tragica vicenda. Ma adesso, parlando con le persone, mi rendo conto che di "verità" (o di miti?) ce ne sono molte, esattamente tante quante sono le persone che incontro. Il dato di fatto è che ad assediare Sarajevo fu l'esercito serbo-bosniaco. Ma, per quanto riguarda il resto, sembra tutto una supposizione.
Il mercato di Markale SarajevoDico "sembra" perché i racconti non coincidono. Persino "i colpi di mortaio sparati sul mercato di Markale nel '94 e nel '95", mi dice un amico, "sono oggetto di controversia." "Del resto", continua, "quando vivi in stato di guerra, l'unica tua preoccupazione è quella di difenderti, di proteggere la tua persona, non certo quella di stabilire chi ha sparato e da dove". Non gli posso dare torto. Tuttavia, per una questione di puro buon senso, mi viene da escludere in maniera definitiva e categorica la teoria dell' "autolesionismo musulmano" che ha iniziato a circolare fin da subito. Non posso pensare, con tutta sincerità, che si sia trattato di una sorta di "omicidio/suicidio collettivo" finalizzato a orientare l'opinione pubblica, e la politica delle superpowers soprattutto, in una certa direzione. Un'ipotesi del genere è talmente inverosimile che istintivamente penso ai suoi ideatori come a dei carnefici codardi che tentano di scaricare le proprie responsabilità sulle vittime.
Riguardo alla strage di Markale e alle costruzioni "mitologiche" che sono state fatte, rimando all'articolo di Azra Nuhefendić, Al mercato di Markale. Per quanto mi riguarda, sarò passata davanti al mercato almeno una decina di volte e, altrettante, sono scappata via, vigliaccamente. Anche oggi pomerigggio, nonostante ci sia poca gente, non riesco a dare prova di molto coraggio, mentre passo tra le bancarelle. Mi manca il respiro e me ne vado, di nuovo.

Postilla
Approfitto, su spinta di un'amica, per fare alcune precisazioni. Quando utilizzo il termine "musulmano" mi riferisco a quella parte della popolazione discendente da coloro i quali, al momento della conquista della Bosnia da parte dei turchi (1463), decisero di abbracciare la fede islamica. Le ragioni di tale conversione furono diverse. Oltre a quelle di carattere religioso, a memoria mi vengono in mente i seguenti motivi: conservare i diritti acquisiti (ad esempio quello di mantenere i propri terreni ed i titoli nobiliari, o quello di portare le armi); evitare il prelevamento forzato dei figli (devscirme), prassi di cui parla anche Ivo Andrić ne "Il ponte sulla Drina". I musulmani di Bosnia furono dichiarati una delle nazioni costitutive della Repubblica socialista federativa di Jugoslavija, nel 1971, sulla base della decisione del comitato centrale del partito comunista della Bosnia Erzegovina del 1968. Per tutta la durata della "Federativna" non era per niente comune vedere le donne indossare il velo, nè era comune l'affollamento delle moschee al venerdì. Adesso le cose sono cambiate e non passano inosservate, per le strade di Sarajevo, le donne che indossano il velo e altre (poche, almeno per il momento), vestite di nero da capo a piedi, che - così mi viene detto - hanno sposato uomini venuti in Bosnia dall'Arabia saudita e dintorni. Oppure, mi dice un'altra persona, le donne vestite di nero vengono dal Pakistan e da altri paesi per insegnare alle donne musulmane di qui. Cosa, non lo so.
Mentre faccio una pausa nel parco centrale vedo due ragazze con il velo. Mi dicono che vengono da un paese straniero. Domando se sono qui in viaggio o per studio. "No", mi rispondono in inglese "viviamo qui". Preferisco non approfondire.
"E' una cosa davvero strana per noi", mi dice un'amica. "Non eravamo abituati a tutto questo". Il mio interesse si trasforma in stupore quando entro in un grande centro commerciale e scopro che, fra gli scaffali delle bibite, troneggiano centinaia di bottiglie di quella nota bevanda che in Toscana si beve "hon la hannuccia horta", ma non c'è traccia di alcoolici da nessuna parte. Sempre la mia amica mi dice che il detto centro commerciale appartiene a una ditta indonesiana, il che mi chiarisce l'assenza totale di "pivo" nel supermercato. Infine, mi racconta anche che, durante il Ramadan, ci sono colleghi e colleghe, ligi ai dettami del rito di purificazione, che non mangiano e non bevono dall'alba al tramonto e che, nonostante questo, vanno al lavoro tutti i giorni. Anche i bambini sono sottoposti allo stesso rito, a prescindere se il Ramadan cade durante il periodo scolastico. Ribadisco e sottolineo: prima della guerra tutto questo non esisteva. Perché, invece, adesso esiste? Non sono in grado di esprimere alcun giudizio in materia.


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sabato 6 luglio 2013

Gli invisibili

Oggi è sabato e tutti, turisti e non, bene o male si fanno una passeggiata in centro per fare shopping o, semplicemente, per conversare davanti a un caffè in un bar. Così decido di andare (come d'abitudine, del resto, da 35 anni almeno) "in direzione ostinata e contraria", camminando lungo la Miljačka.
Dalle parti dell'Holiday Inn (sede dei giornalisti esteri durante l'ultima guerra) non posso non notare alcune case completamente sventrate dai colpi di artiglieria pesante. Fra di esse una, di cui resta in piedi solo un muro laterale. A fianco ci sono delle baracche. Mi avvicino. Un bambino mi guarda e scappa dentro casa. La mamma subito dopo esce e mi domanda, molto gentilmente, cosa desidero. Le rispondo, con totale sincerità, che mi piacerebbe scattare delle foto. Immediatamente un'altra donna, giovane, mi chiama e mi dice "vieni, vieni a vedere come viviamo, che sappiano anche gli altri". Mi conduce nella sua casa, se così si può chiamare una baracca in lamiera di tre metri per quattro (forse) composta da un divano-letto a una piazza, una poltrona e una stufa, da cui si entra attraverso una porta-fessura chiusa da una tenda.
Ci vivono in quattro, in quella casa: lei, il figlio, il marito e il cane. Non hanno elettricità, non hanno acqua, e l'odore è talmente forte che mi viene la pelle d'oca sulle braccia. Le chiedo come si chiama. Me lo dice ma, questa volta, non capisco: la donna o, meglio, la ragazza, è senza denti. Il marito sta seduto sul divano-letto, con una coperta addosso. Di là non esce mai, almeno così capisco.
Capisco solo che in quella baracca stanno da cinque anni, che non hanno lavoro, che non hanno nessun tipo di aiuto. Mi domanda da dove vengo. "Trieste", le rispondo, "la conosci"? No, non sa dov'è Trieste, non sa dov'è l'Italia, non sa dov'è la Slovenia.


Dopo aver finito di bere il caffè, ringrazio per l'ospitalità, mi allontano e riprendo a vagare, con l'intenzione di risalire a Gorica. Adesso ho capito perché ieri è andata com'è andata: non sono stata sincera, ho tergiversato e le persone lo hanno capito perfettamente. Non riesco però ad arrivare sulla cima della collina perchè i miei piedi mi conducono dentro al cortile di una casa interamente in legno. Salgo le scale e, da una porta aperta, intravedo una famiglia seduta a fumare intorno a un tavolo. Saluto e chiedo se posso disturbarli per un po'. "Certamente", mi dice la padrona di casa, una donna che, all'apparenza, potrebbe avere tra i 45 e i 50 anni ma che, in realtà, ne ha solo trentasei. Mi fa accomodare sul divano, di fianco all'altro ospite, un amico di famiglia, e mi offre un caffè con ben tre zollette di zucchero. Anche la famiglia Džemaili se la passa piuttosto male: mamma, due figli maschi, due figlie femmine e un nipotino di un anno e nove mesi condividono una cucina-salotto e due camere da letto. Nessuno lavora.
Entrambe le figlie sono giovani: avevano rispettivamente un anno e due quando scoppiò la guerra. Domando loro se sono andate a scuola. "Si, ma solo alle elementari", mi risponde la più grande delle due. "Un libro costa 20 marchi (10 euro circa) e non ce lo possiamo permettere". Mi dicono che non hanno nessuna forma di assistenza e che la mamma è troppo giovane per avere una pensione. Nei pochi attimi di silenzio sento degli strani rumori. "Ci sono i topi in casa?" domando quasi sapendo quale potrebbe essere la risposta. "Sì", mi risponde la ragazza più giovane. "Qui non entrano perché c'è troppo rumore, ma se vuoi ti porto nella stanza dove dorme il bambino, e lì li puoi vedere." Rifiuto perché la mia paura dei topi è qualcosa che va al di là delle mie possibilità fisiche e, soprattutto, mentali. "Di cosa avete soprattutto bisogno?" domando alla mamma. "Di cibo, di vestiti, di medicine. Io soffro di cuore e ho anche problemi di circolazione e le medicine devo pagarmele tutte".
Anche il signor Vukšić, l'amico di famiglia, soffre di problemi di salute: ha il diabete. Lui deve mantenere tre gemelli di due anni con una pensione di invalidità di 320 marchi al mesi (160 euro). Il suo caso, mi mostra su una fotocopia di giornale, è stato riportato anche da Oslobodjenje, ma, palesemente, niente si è mosso nel frattempo.
Quando mi immetto sulla strada principale noto che mi tremano le mani. Non posso far altro che rendermi anch'io invisibile, immergendomi nella corrente della Baščaršija. La mia, però, è una decisione del tutto volontaria.


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venerdì 5 luglio 2013

Sarajevo Europa

Sarajevo è una città europea. Sto dicendo una banalità? Forse. Ma forse anche no, considerato che alcuni pensano ai Balcani come a un monolite esotico dove il fratricidio è quasi inevitabile in certi momenti "storici". Niente di tutto questo. Una signora, alla fermata dell'autobus, mi domanda se non ho paura a girare da sola. Ci penso e le rispondo di no. Ho paura esattamente tanta quanta ne ho girando per Trieste. Quando invece mi trovo a Milano o a Roma sono tutt'uno con la borsetta e (forse non dovrei dirlo) nascondo i soldini in un portadocumenti sotto le mutande.
Un piccolo inconveniente, in questo contesto, mi è capitato, ma senza conseguenze. Ero sul tram e parlavo con un amico. Ad un certo punto mi sono accorta che qualcuno stava frugando nella mia borsa. Ad alta voce ho detto "ma cosa stai facendo? Non ti vergogni?" Quando gli altri passeggeri mi hanno sentita nel mio perfettissimo esperanto balcanico hanno subito gridato all'autista di chiudere le porte, perchè il ladro non avesse modo di uscire. Mi hanno suggerito di controllare se avevo tutto e, solo dopo aver accertato che il casino della borsetta (che probabilmente mi ha protetto dal furto) era tale e quale lo avevo lasciato, e aver detto agli altri passeggeri che tutto andava bene, dico solo allora l'autista ha aperto la porta. Mi domando se nel civilissimo Occidente individualista questo sarebbe mai potuto accadere.
Ciò detto, io a Sarajevo mi sento a casa. Sarà forse perché, quando incontro la gente per strada, nessuno mi domanda da dove vengo, se dalla Germania o dall'Olanda (l'unico azzardo è stato la Polonia). Sarà che la lingua non è molto diversa da quella che ho imparato da bambina. Sarà perché molti edifici del centro somigliano vistosamente a quelli che si trovano a Trieste, Ljubljana, Vienna. O più semplicemente perché, come a Trieste, le automobili hanno la precedenza sui pedoni. Non lo so. Certo è che, quando sono arrivata, l'unica differenza che ho notato è stata nella temperatura dell'aria, 8 gradi alle cinque di mattina e che i "cevapcici" sono molto, molto più buoni.
Ed è solo il canto del muezzin, verso mezzogiorno, a ricordarmi che un tempo questa città, diversamente dalla mia, è stata governata dall'impero ottomano. Oggi infatti è venerdì e nella begova džamija (straordinario edificio costruito tra il 1525 e il 1531) si celebra la preghiera. Sia dentro la moschea sia nel cortile antistante gli uomini, inginocchiati su tappeti, pregano. Le donne, pregano anch'esse, ma stanno accanto a me, fuori dalla cinta muraria. All'interno non ne ho vista nessuna.

L'unico posto in cui mi sento completamente estranea in questa città è Gorica o Crni vrh, il quartiere dei rom. Cerco di non dare troppo nell'occhio, gironzolando intorno, ma è chiaro ed evidente che non faccio parte della comunità. Scambio quattro parole con una signora, e poi chiedo informazioni a un gruppo di uomini seduto sui gradini di una casupola fatiscente. Ma, diversamente dal resto della città, non riesco a stabilire un contatto. Mi pare quasi di disturbare. Allora decido di andarmene. Probabilmente il mio approccio è sbagliato. Questa notte studio, leggo, rifletto e, forse, domani ci riprovo.

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giovedì 4 luglio 2013

Butmir - Tunel Spasa

Sarajevo ButmirAfferro al volo la troika (non quella di Madame Merkel & co, ma il tram numero 3), che dalla Baščaršija porta a Ilidža, un quartiere periferico di Sarajevo. Lungo lo stradone che conduce a Butmir solo una signora, che porta con sè due borse della spesa. Cammina piano, con la lentezza dei vecchi, con sofferenza. Le chiedo se vuole un aiuto e lei accetta volentieri. Guardandomi intorno mi accorgo che, a differenza del centro, le case portano ancora i segni evidenti della guerra. "Era tutto distrutto" mi dice la signora. "Adesso hanno ricostruito ma non è più come una volta". Mi mostra la casa dello studente, nuova di pacca, che con il contesto di borgo di campagna non c'entra nulla. Ma va bene così, dice lei.
Sarajevo Butmir
Sarajevo Butmir
Dopo circa un'ora di tragitto arrivo nei pressi della casa dalla quale, durante la guerra, era possibile accedere al tunnel, la casa della famiglia Kolar. Tre autobus pieni di turisti stazionano davanti all'edificio. Aspetto, pazientemente, che il luogo si svuoti, almeno un po'. Mi guardo intorno e osservo l'andirivieni degli aerei che partono ed atterrano a Sarajevo.
La casa dei Kolar è a uno sputo dall'aeroporto, saranno 500-1000 metri, non di più. Il tunnel, scavato in tutta segretezza, collegava durante la guerra le due parti libere della città, Butmir e Dobrinja e permetteva alle persone di passare da una parte all'altra, portando cibo e altro materiale (armi incluse). Il bellissimo articolo di Azra Nuhefendić, Il tunnel di Sarajevo, racconta tutta la storia del tunnel della speranza, pertanto non aggiungo altro, se non alcune immagini scattate all'interno, con la schiena piegata e un dolore fortissimo all'altezza dei reni, a significare, forse più di tutto il resto, le sensazioni che si provano nell'attraversarlo.
All'uscita della casa Kolar mi imbatto in Izmal, un signore di 70 anni circa, cui domando il motivo per cui Butmir è stato così bersagliato. Mi dice che il paese era letteralmente circondato dai četnici (le truppe serbe che assediarono Sarajevo dal '92 al '95). Gli spari arrivavano dall'aeroporto (fino alla fine del '92), da Ilidža, il borgo vicino, dalla collina di fronte a Butmir.
Butmir SarajevoMi congedo da Izmal con un "vse najboljše" (buona fortuna) e un "žal mi je" (mi dispiace). Mi dispiace di cosa? Mi dispiace di non aver fatto niente, mi dispiace che la Bosnia sia stata devastata e non aver fatto niente, mi dispiace di essere stata una stupida ventenne spettatrice di un orrore, senza aver fatto niente. Di questo mi dispiace. E mi dispiace che la comunità internazionale, insieme a me e prima di me, non abbia fatto niente per impedire i crimini che sono stati commessi. Fin da ragazzini ci viene inculcato il senso di colpa per i crimini commessi dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, un senso di colpa che non serve a niente, perché di matrice religiosa e non laica. Un senso di colpa che dovrebbe invece chiamarsi senso di responsabilità e che dovrebbe riguardare non quelli che sono venuti dopo, ma quelli che, come me, e come i tanti tedeschi durante il nazismo, non hanno fatto niente per impedire gli orrori che venivano commessi sotto i loro occhi. Piango perché è l'unica cosa che posso fare in questo momento e quando vedo transitare i trasfertisti della NATO con orologi che sembrano tanto dei rolex, mi vergogno del mondo in cui vivo, mi vergogno di un'Europa incapace (volutamente?) di intervenire in un conflitto che ha massacrato 500.000 persone, stuprato migliaia di donne, causato almeno un milione di profughi. Si, mi vergogno.

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mercoledì 3 luglio 2013

I cimiteri di Sarajevo

Koševo e dintorni

Non voglio parlare dei celeberrimi massacratori senza scrupoli che hanno ucciso la ex Jugoslavija e perpetrato crimini così efferati che si stenta ancora a credere che l'essere umano sia capaci di tali atrocità. Non lo voglio fare perché questi signori avranno tanto, troppo spazio in tutti i libri di Storia, con la S maiuscola, che gireranno per il pianeta nei prossimi secoli.
Questo spazio non lo avranno invece quelli che tra il 1992 e il 1996 hanno perso la vita a Sarajevo e altrove nella ex Jugoslavija. E allora, solo per un momento, voglio parlare di loro, ricordandone alcuni, in memoria di tutte le vittime, di quelle soprattutto che una tomba non ce l'hanno. Dragutin Slankamenac 1923-1993, Zorka Spasojević 1923-1993, Obućina Jovo 1961-1993, Jovanović Mitra 1930-1993, Jovanović Padovan 1933-1993, Govedanoriđa Staka 1924-1993, Bragojević Stojan 1930-1993, Pavle Majstrović 1931-1993, Samarđija Velimir 1965-1993, Pekić Dražen 1973-1993, Todorović Svjetlan 1972-1993, Božidar Božo 1937-1993, Babajić Halila Hamdo 1931-1994, Melez Mejra Dadžić 1910-1994, Fatima Ahmethodžić Šljivo 1962-1993, Franjica Bartolec 1937-1992, Azra Vapetić 1961-1992, Miroslav Vapetić 1952-1992, Čirgić Bajram 1913-1993, Pajić Refica Vildan 1960-1993, Mehmedagić Aida 1976-1993, Bešić Zuhra Vlahovljak 1957-1993, Memović Zlata Cama 1959-1993, Asanov Zemka Besić 1925-1993, Lizde Omer 1927-1994, Noro Amra 1977-1993, Aleksić Miloš 1953-1993, Bojo Igor 1974-1993, Bošković Miodrag 1971-1993, Boris Jovanović 1968-1993, Muderizović Eriden Zlaja 1973-1993, Zlatko Kalamujić 1967-1993, Dolinić Dragan 1963-1993, Kovačević Ružica 1954-1993, Asja Tatarević 1983-1994, Adnan Tatarević 1952-1994, Nadan Tatarević 1977-1994, Dženana Tatarević 1951-1994, Nadžija Dragnić 1925-1994, Veseljko Dragnić 1949-1994, Kovačevic Damir 1975-1993, Čampara Dragan Semir 1964-1995, Esad Čorambegić 1966-1995, Tihić Midhat 1978-1995, Ismaili Selma 1990-1993, Pandžić Ajša 1972-1993, Barlov Havuša Piranić 1944-1995, Pjevančić Vladimir 1964-1994, Ožegović Brankica 1954-1993, Haris Dervišević 1979-1993, Rehar Igor 1972-1994, Šućur Dražan 1969-1994, Đevad Dautbašić (1983-1992), Belma Ahmetović 1987-1992, Anela Isanović 1988-1992.

Sarajevo cimiteri

Kovaći

Incurante delle gambe che implorano pietà ad ogni singolo passo, decido di scenere da Koševo, percorrere la Maršala Tita e tutta la Baščaršija per poi inerpicarmi su per Kovaći, che sarebbe un po' come decidere di arrivare all'Obelisco di Opicina (TS) percorrendo via Commerciale a piedi, invece che, molto più ragionevolmente, avvalersi di una cosa chiamata autobus. Lo scopo della camminata è arrivare alla "Kasarma" (caserma) di Jajce, costruita dagli austriaci nel 1914 e poi utilizzata anche dall'esercito della ex Jugoslavija. Mi rendo conto, appena arrivata, che lo stato di degrado del complesso è molto maggiore rispetto a quanto ho potuto vedere in giro per il web. Mi rendo conto, anche, che non c'è un buco (dico uno) per poter entrare e che intorno non c'è anima viva, se non una famiglia di cani randagi composta da mamma e cinque cuccioli, che ben poco, anche volendo, potrebbero fare per aiutarmi a scalare in qualche modo la muraglia che circonda la caserma. L'unica cosa che posso fare è sbattere la testa vuota contro il muro e tornare sui miei passi, rimpiangendo (forse) di non avere un teleobiettivo.
Sarajevo Kovaći
Le mie energie sono davvero risicate per cui rinuncio a percorrere le stradine erte e strette che caratterizzano il quartiere, dove, fra l'altro, si può notare una moschera interamente in legno, del XVI secolo. Mi fermo invece ad osservare la preghiera di una giovane donna, davanti a una mezarja (cimitero islamico). Vengo a sapere che si tratta del cimitero dove sono sepolti alcuni dei "sehit" (caduti per Allah), morti durante l'ultima guerra e dove riposa anche Alija Izetbegović, leader dei mussulmani di Bosnia durante la guerra 1992-1996 e poi membro della Presidenza della Bosnia ed Erzegovina dal 1996 al 2000.
Sarajevo Park Mejdan
Oramai senza forze vado a sedermi nel parco Mejdan che costeggia la Miljačka, il fiume che attraversa la città, e guardo la gente passare sul ponte intitolato a Gavrilo Princip, lo studente serbo-bosniaco che il 28 giugno 1914 uccise Francesco Ferdinando e la moglie, Sofia. Attraversato il ponte è possibile vedere il luogo esatto dove Princip sparò all'erede al trono asburgico, ma ci sono troppi turisti giapponesi e non solo ad immortalare quella che fu la prima di una lunga serie di disgrazie nel '900 europeo, quindi non mi resta che andarmene, compare qualcosa da mangiare, bermi una Sarajevsko pivo e pregare che le gambe, domani, non entrino definitivamente in sciopero.


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martedì 2 luglio 2013

Koper Sarajevo

L'autobus è partito ieri da Koper alle 18.30, con 20 minuti di ritardo, non si sa perché. Del resto, è altrettanto oscura la ragione che ha spinto l'autista e il controllore dell'autobus a far scendere tutti noi, diretti a Sarajevo, nel bel mezzo del nulla, nei pressi di Zagabria, e farci salire su un altro autobus proveniente da Vienna e con destinazione finale Mostar. Il risultato di questa strana prodezza è stato arrivare nella capitale della BiH con tre ore di anticipo, aspettare tre ore nel freddo polare che la mia amica venisse a prendermi e una spossatezza degna di uno scalatore che ha appena raggiunto quota 8000 metri.
A parte questo e a parte la decisione della polizia slovena e croata di frontiera di far scendere tutti i passeggeri e controllarne i documenti uno per uno (eccezion fatta per noi "europei", lasciati passare liberamente come se fossimo di una razza superiore), non mi posso lamentare del viaggio. Ho conosciuto delle belle persone, come Dzemal, di Tuzla, che faceva il muratore e poi è stato costretto a fare il soldato in una guerra di cui non parla, ma di cui mi mostra due immagini, e che ora lavora a Luka Koper come autista. La moglie e i figli di Dzemal stanno a Tuzla, come tutto il resto della sua famiglia. Lui lavora 10 ore al giorno (4,5 euro all'ora) per poter riuscire ad andare a trovarli una volta al mese. Quando è a Koper si avvale anche lui della tecnologia, di facebook, di skype. Non parla sloveno Dzemal, come io non parlo croato, però riusciamo a capirci, almeno nelle cose essenziali.

Parentesi di lingua croata per gli amici triestini: "ovo" non significa "uovo" ma questo (neutro singolare). Per gli amici sloveni, invece, e prendendo spunto dai consigli dell'amica Zorica: "rumen" non significa "giallo" ma rosso. Per dire giallo bisogna dire, invece, žut. Infine, per gli amici italiani, la parola kuča non significa cuccia, come quella del cane, ma casa.

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