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lunedì 16 marzo 2015

Lasciate ogni speranza, voi che entrate in O.P.G.

"Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente.
Giustizia mosse il mio alto fattore:
fecemi la divina podestate,
la somma sapienza e ’l primo amore.
Dinanzi a me non fuor cose create
se non etterne, e io etterno duro.
Lasciate ogne speranza, voi ch’intrate".

Così Dante Alighieri apre il III Canto dell'Inferno, e mi domando in tutta onestà: "Se Dante avesse conosciuto gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, avrebbe davvero usato le espressioni divina potestate, somma sapienza, primo amore? Avrebbe potuto chiudere la sua "Commedia" con un atto intitolato "Paradiso?" Non lo so, ma dopo aver visto lo spettacolo "Pitbull", scritto e diretto da Monica Franzoni, e interpretato da alcuni dei centoquarantadue internati dell'O.P.G. di Reggio Emilia, il dubbio si insinua prepotente fino ad assumere le sembianze di quel giovane, ripreso ad Aversa da Fabrizio Lazzaretti nel 2001 in "Socialmente pericolosi", che se ne stava rannicchiato sotto le lenzuola, isolato da tutti e da tutto: "cava gli occhi alla gente", si diceva. Era un fotografo, quel ragazzo, prima di finire all'OPG, per un motivo che potrebbe sembrare ridicolo, se non avesse avuto risvolti così tragici: aveva rubato una Ottocentocinquanta e ci aveva fatto duecento metri. Poi, a suon di proroghe, era diventata un'anima persa, come tutte quelle migliaia di esseri umani condannati all'inferno, non dalla giustizia divina, ma dal totalitario binomio magistratura-psichiatria di cui già Michel Foucault parlò ampiamente negli anni '70, nel corso delle lezioni tenute al College de France (vedere a riguardo "Il potere psichiatrico" oppure "Gli anormali", entrambi editi da Feltrinelli).
Un binomio che dispone l'internamento in quelli che un tempo erano definiti manicomi criminali, ma che ora, con le vocali chiuse e la erre moscia, chiamiamo "ospedali psichiatrici giudiziari", di persone che hanno commesso reati, ma prosciolte per infermità mentale, ritenute socialmente pericolose; persone sottoposte a misure di sicurezza provvisoria; detenuti carcerari definiti minorati psichici; imputati in custodia preventiva in attesa di perizia psichiatrica; condannati al carcere, con sopravvenuta infermità mentale.
Chi ha commesso un reato deve essere punito dalla legge, questo è indiscutibile a chiunque, a partire dagli stessi attori dell'O.P.G. di Reggio Emilia, che si sono esibiti giovedì e venerdì scorsi, rispettivamente al Kulturni Dom Skala di Gropada e al Teatro dei Fabbri di Trieste. Ma la pena, dice la Legge, dev'essere commisurata al reato e prevede dei termini (cioè una fine), mentre negli O.P.G. si assiste tristemente ad una penosa violazione dei diritti dell'uomo, che consiste in proroghe infinite della misura di sicurezza, che vanno ben oltre i termini dell'equivalente di pena da scontarsi in carcere, fenomeno che viene correntemente definito "ergastolo bianco".
Ad aggravare ulteriormente la situazione interviene il fatto che gli O.P.G. sono strutture in cui la persona affetta da malattia psichica spesso non viene curata, come avrebbe diritto in base alla Costituzione italiana, ma semplicemente sedata con bombe farmacologiche e/o contenuta attraverso letti o altre misure di contenzione fisica, fra cui non va dimenticato l'essere sepolti vivi in una cella, ventidue ore al giorno, come mi racconta Centauro, uno degli attori di Reggio Emilia che, insieme a Fenice, Pegaso, Orione, Andromeda, Antares, hanno raccontato al pubblico triestino ciò che accade regolarmente a chi, come loro, "ha problemi e non sta bene", ha commesso un reato e viene internato in un manicomio criminale.
Ma lo spettacolo Pitbull, scritto da Monica Franzoni, con il contributo di Riccardo Paternini, e diretto dalla stessa Franzoni, racconta molto di più e lo fa attraverso la metafora del Pitbull, cane di per sé mansueto che, però, viene trasformato in bestia feroce quando ha la sfortuna di cadere in mano ad "addestratori" disumani che lo sottopongono a sevizie di ogni genere per farlo combattere con altri cani, al solo fine di arricchirsi a sue spese. E' evidente che c'è solo un modo per far tornare il pitbull ad essere quell'animale pacifico che è di natura: sottrarlo a quella violenza che lo ha accompagnato fin da quando era un cucciolo.
La Franzoni non poteva trovare metafora migliore per descrivere la società in cui viviamo, che genera costantemente violenza, che poi fa finta di stupirsi di tale violenza, reagisce attraverso l'internamento dei suoi frutti malati e aspetta semplicemente che soccombano, contenendo con la violenza (fisica, psicologica, farmacologica) quel minimo di vita che ancora li anima.
Uno spettacolo, Pitbull, che va metabolizzato con calma perché noi, quelli "normali", "sani", "incensurati" o come meglio preferiamo definirci non abbiamo la più pallida idea di ciò che accade agli "anormali", "malati", "criminali" quando la loro vita, tragica di per sé, si trasforma in un inferno, a partire dal momento in cui vengono arrestati.
Inizialmente pensavo di scrivere qui le storie, anche di persone più sfortunate di loro, che Centauro, Fenice, Pegaso, Orione, Andromeda, Antares mi hanno raccontato. Ma non lo farò, perché non ne ho nessun diritto. Questo diritto spetta solo a loro, attraverso i loro spettacoli, frutto del Laboratorio teatrale, creato nel 1999 e portato avanti fino ad oggi da Monica Franzoni con tenacia e convinzione, in mezzo a mille difficoltà di ogni genere.
La mia speranza è che il Laboratorio continui la sua attività, ma fuori dalle gabbie dei Pitbull, in contesti in cui le persone malate, che hanno commesso dei reati, possano essere adeguatamente curate. Un auspicio che, a dire il vero, sembra molto più un'utopia dato che la causa di tutto questo male, la violenza della società soprattutto nei confronti dei più deboli, non sembra avere fine, come non sembra avere fine il sadico binomio tra psichiatria e magistratura. Ma questo è un altro argomento.
L'appuntamento, come molti sanno, è fissato per il 31 marzo 2015, quando dovrebbe realizzarsi quel "superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari" di cui parla la legge "81/2014". Dopo questa data mi aspetto e pretendo che Centauro, Fenice, Pegaso, Orione, Andromeda, Antares corrispondano solamente ad alcune stelle e costellazioni dell'Universo, non più a sei reparti di un manicomio.

Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo
Pitbull spettacolo


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giovedì 15 gennaio 2015

Recensione de "La repubblica dei matti"

"La repubblica dei matti" di John Foot, Feltrinelli, Milano 2014 - una riflessione sul metodo


Nell'introduzione al suo celebre "Il secolo breve", Eric J. Hobsbawm, uno dei principali storici britannici del XX secolo, nato ad Alessandria d'Egitto durante la prima guerra mondiale, dichiara esplicitamente di aver evitato, nel corso della sua carriera di storico, di "trattare professionalmente dell'epoca che si sviluppa dopo il 1914". La ragione è chiara e ce la fornisce l'autore stesso: "L'arco della mia vita coincide quasi interamente con il periodo di cui tratta questo libro e per la maggior parte di essa, dalla prima adolescenza fino a oggi, sono stato consapevole degli avvenimenti pubblici, vale a dire ho accumulato opinioni e pregiudizi che derivano dalla mia condizione di contemporaneo più che da quella di studioso…" (Hobsbawm, Il secolo breve, RCS Libri, Milano, 1997, pag. 7) In questo contesto, per l'autore "il 30 gennaio 1933 non è solo la data, altrimenti insignificante, in cui Hitler è diventato cancelliere del Reichstag, ma è un pomeriggio d'inverno a Berlino, all'età di quindici anni, mentre con la sorella più piccola tornavo a casa ad Halensee dalla scuola che si trovava a Wilmersdorf, e da qualche parte lungo la strada vidi il titolo di un giornale. Riesco ancora a leggerlo, quasi fosse un sogno." (Ibid, pag. 16)
Nel prosieguo Hobsbawm chiarisce al lettore, con trasparenza e lucidità, tutta una serie di questioni: il compito dello storico, il periodo oggetto di indagine, l'intento della ricerca, e quindi della pubblicazione, l'origine e il significato del titolo, la tipologia e le fonti utilizzate, la struttura della pubblicazione. Nell'ordine, l'autore osserva che compito dello storico è quello di "ricordare ciò che gli altri dimenticano". (Ibid., pag 15) L'intento de "Il secolo breve", (che copre il periodo 1914-1991 ed è strutturato in tre parti) è di "comprendere e di spiegare perché le cose siano andate in un certo modo e come i fatti si colleghino fra loro". (Ibid., pag. 15) La scelta del titolo è ricaduta su "Il secolo breve" perché "il mondo che è andato in frantumi alla fine degli anni '80 era il mondo formatosi a seguito dell'impatto della rivoluzione russa del 1917." (Ibid., pag. 16). Il significato del titolo risiede nel fatto che "negli ultimi anni '80 e nei primi anni '90 è finita un'epoca nella storia del mondo e… ne è iniziata una nuova". (Ibid., pag. 17) Infine, le fonti utilizzate sono costituite da numerose letture fatte nel corso degli anni, conoscenza, ricordi e idee accumulati da chi ha vissuto nel periodo trattato "nelle vesti di osservatore partecipe", stampa quotidiana e periodica, statistiche (ONU, Banca mondiale, etc…), informazioni tratte da studenti e colleghi.
Ho citato Hobsbawm così ampiamente perché le sue parole introduttive non solo forniscono la chiave di lettura de "Il secolo breve", ma consentono anche di capire con immediatezza le intenzioni dell'autore, i suoi dubbi, il metodo utilizzato e, attraverso la periodizzazione e la scelta dell'argomento e delle fonti, anche la scuola storiografica di appartenenza.
Tali questioni, che potrebbero apparire marginali agli occhi del lettore non addetto ai lavori (abituato oltretutto a trovare i libri di Bruno Vespa e di altri giornalisti fra gli scaffali di storia di molte librerie) sono in realtà basilari perché scopo della storia (detto in breve) è di conoscere e comprendere il passato (o parte di esso) attraverso l'analisi e l'interpretazione dei dati forniti dalle fonti che, con l'ausilio di ipotesi e modelli interpretativi, consentono allo studioso di spiegare gli eventi, le loro caratteristiche e le relazioni con altri eventi, che non appartengono più alla memoria viva.
Tenendo presente queste indicazioni metodologiche di massima (e altre più specifiche) le osservazioni da fare al libro "La repubblica dei matti" di John Foot, pubblicato recentemente da Feltrinelli, sono varie.
Il volume tratta, come indicato nel sottotitolo, di "Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978", con ciò intendendo quel vasto e articolato movimento che tra gli anni '60 e '70 si opponeva all'approccio tradizionale alla malattia mentale e/o al regime manicomiale in vigore e proponeva, con la pratica, soluzioni alternative, fino ad arrivare alla legge 180 del 1978, e alla conseguente chiusura degli ospedali psichiatrici (eccezion fatta per quelli giudiziali, n.d.r.).
Il libro, privo di introduzione, è strutturato in due parti: la prima, intitolata "Gorizia 1961-1968", è quasi interamente dedicata all'esperienza goriziana (11 capitoli su 14, ammesso e non concesso di includervi anche i due capitoli dedicati al libro "L'istituzione negata", curata da Franco Basaglia), ma sono presenti anche riflessioni sui concetti di antipsichiatria, psichiatria radicale, psichiatria critica (cap. 2), sull'analogia manicomio = lager (cap. 5) e sull'esperimento di Cividale condotto dallo psichiatra Edelweiss Cotti (cap. 8). La seconda parte, "La lunga marcia", è più breve ed è composta da 7 capitoli, di cui uno dedicato alla seconda équipe di Gorizia (cap. 18), uno dedicato a Trieste (cap. 20), uno, l'ultimo, alla legge 180 (cap. 21) e gli altri quattro a quelle esperienze (Perugia, Parma, Reggio Emilia, Arezzo) che nell'ambito del movimento di riforma della psichiatria in Italia sono state, secondo l'autore, poco trattate dagli studi pubblicati sull'argomento e da quella che egli definisce la "storia ufficiale".
Come già nel volume "Liberi Tutti" di Valeria Babini (Società editrice il Mulino, 2009), nella ricerca di Foot trovano spazio non solo Basaglia, ma anche altri psichiatri (quali Giovanni Jervis - soprattutto -, Letizia Comba, Domenico Casagrande, Edelweiss Cotti, Agostino Pirella, Antonio Slavich) e politici locali (quali Mario Tommasini, Ilvano Rasimelli, Michele Zanetti), in poche parole i "leader" di quella che il titolo definisce "La repubblica dei matti", dove l'espressione "repubblica dei matti" viene messa fra virgolette.
L'uso del virgolettato, la scelta titolo e il significato dello stesso non sono chiari dato, che l'autore non fornisce spiegazioni a riguardo, ma si limita ad affermare (parlando delle assemblee generali, coordinate dai pazienti, che si svolsero all'O.P.P. di Gorizia a partire dal 1965) che "Qualcuno arrivò a parlare di una "repubblica dei matti" (pag. 116). Una frase, questa, che può anche passare del tutto inosservata considerato che il "qualcuno" non ha un nome, né si evince la fonte di informazioni utilizzata.
C'è da dire, inoltre, che l'utilizzo delle parole "repubblica" e soprattutto "matti" hanno ben poco a che fare con il contenuto del saggio. Questi ultimi, infatti, sono per lo più assenti dalla narrazione, salvo i fatti di cronaca nera, qualche riferimento a "Il Picchio" o la letteratura prodotta dagli psichiatri stessi durante il verificarsi degli eventi (es. L'istituzione negata) o in periodo successivo (es. Non ho l'arma che uccide il leone, di Peppe Dell'Acqua).
Lo studio, che vanta una corposa bibliografia, si focalizza infatti quasi esclusivamente sulle storie biografiche, le opinioni, i contrasti, gli eventi, che hanno avuto come protagonisti gli psichiatri e alcuni amministratori locali "illuminati" (l'espressione è mia) del periodo, in un contesto di riflessione e di riforma a livello internazionale nell'ambito della psichiatria e nel quadro più generale del Sessantotto. Da qui probabilmente la scelta di utilizzare informazioni contenute soprattutto nella vastissima produzione letteraria dei suddetti attori, integrate con alcune fonti documentali e giornalistiche (per lo più incentrate sugli stessi), testi dell'epoca di carattere teorico (Foucault e Goffman, per citare i più noti), letteratura prodotta da psichiatri non italiani (quali David Cooper, Ronald Laing, Maxwell Jones) e fonti secondarie (studi pubblicati sull'argomento in precedenza, come ad esempio quello della Babini).
L'utilizzo di questa tipologia di fonti consente al lettore di comprendere quello che gli psichiatri e politici coinvolti (il cui ruolo fu determinante) pensavano, dicevano, scrivevano, progettavano e facevano, nonché i contrasti interni, le differenze di vedute e di pratiche, i rapporti con case editrici e organi di stampa (questi ultimi non sempre favorevoli al movimento), i fattori che influenzarono le loro scelte (la Resistenza, il Sessantotto, le teorie e le riforme praticate all'estero).
Non consente tuttavia di avere un quadro completo del movimento, essendo del tutto assenti (fatta eccezione per Franca Ongaro e pochi altri personaggi pubblici) altre testimonianze, interne al movimento (infermieri, volontari, pazienti) ed esterne (i cittadini di Gorizia, Perugia, Parma, Arezzo, Reggio Emilia, Trieste, gli attivisti del movimento studentesco o altri). Che sarebbe un po' come scrivere la storia del movimento comunista in Italia avvalendosi quasi esclusivamente degli scritti di Gramsci, Togliatti, Berlinguer e, per dare al tutto un inquadramento più ampio, le direttive del comitato centrale del PCUS e "Il Capitale" di Marx.
Considerazioni generali a parte, non è chiaro, leggendo il testo, se l'autore abbia trascurato altre fonti di informazione intenzionalmente oppure perché tali fonti non esistono proprio. L'autore si limita a constatare che "i resoconti di cui disponiamo sul periodo 1961-1972 a Gorizia - siano memorie a posteriori o scritti dell'epoca - vengono in buona parte dall'équipe stessa" (pag. 49); oppure, per quanto riguarda l'esperienza di Cividale, "siamo costretti a rifarci in larga misura ai racconti dei protagonisti stessi" (pag. 106), accompagnato da un generico "Su Villa Olimpia è stato scritto pochissimo". Al lettore, dunque, non viene fornita una spiegazione convincente, tenuto anche conto del fatto che molti "osservatori partecipi" del periodo sono (fortunatamente) ancora in vita e gli archivi in buona parte accessibili.
In questo contesto, sarebbe stato interessante apprendere, ad esempio, se e dove vengono conservati i verbali delle assemblee organizzate a partire dal 1965 nell'O.P.P. di Gorizia, che da Foot vengono menzionati (pag. 113) facendo però solo riferimento (e non immediato) a due libri editi da Einaudi e curati da Franco Basaglia, "Che cos'è la psichiatria?", e "L'Istituzione negata".
Lo stesso si può dire di quei resoconti di infermieri e medici (che in modo generico vengono citati dall'autore) sui quali l'occupazione dell'ospedale di Colorno "ebbe un effetto lacerante". (pag. 205)
Sarebbe stato anche interessante conoscere ciò che pensava la gente di Gorizia rispetto alla riforma che avveniva sotto i suoi occhi in manicomio. A questo riguardo l'autore, parlando di un celebre fatto di cronaca accaduto nel 1968 (un paziente, in visita alla famiglia, uccise la moglie), si limita a dire che, "l'incidente" "fu un evento che cambiò per sempre il rapporto di Gorizia con i basagliani, e in particolare con Basaglia… Fu il momento in cui molti cittadini di Gorizia si soffermarono per la prima volta a prendere atto di quanto accadeva nel loro manicomio" (pp.153-154). In seguito ad esso, aggiunge, "A Gorizia regnava il panico" (pag. 158) e "La gente di Gorizia scopriva (finalmente) la rivoluzione che le avevano fatto sulla porta di casa: ai più non piacque quello videro." (pag. 159)
Tali considerazioni potrebbero avere una valenza storica, ma solo se fossero documentate, cioè se ci fossero dei riferimenti precisi a "chi?, "dove?", quando?", domande che, oltre al "come?" e al "perché?" ogni storico dovrebbe porsi e alle quali dovrebbe tentare di dare una risposta. In questo contesto è del tutto insufficiente dare voce, a nome dell'opinione pubblica (goriziana nella fattispecie), agli articoli del quotidiano locale "Il piccolo", che a Trieste e Gorizia viene spesso - anche ai giorni nostri - soprannominato in modo non proprio edificante ("il bugiardello") da una parte dell'"opinione pubblica" e che all'epoca era notoriamente ostile al movimento.
Si potrebbe obiettare che il libro parla del movimento della "psichiatria radicale" e non di ciò che ne pensava il cittadino comune (uso questa espressione a titolo di esempio, ma potrei anche estendere il campo a preti, attivisti di sinistra, insegnanti, etc...). Verissimo, non fosse che le testimonianze (orali o scritte che siano) dei "comuni cittadini" costituiscono una fonte preziosa di informazioni che consentono allo storico di farsi un quadro molto più ampio degli eventi e/o del contesto oggetto dell'analisi. Come Hobsbawm rileva, "le interviste con i capi di Stato o con altri statisti e personaggi pubblici sono in genere poco proficue, per l'ovvia ragione che quasi tutte le dichiarazioni di costoro hanno carattere ufficiale. Molto più illuminanti sono i giudizi di persone che possono o vogliono parlare apertamente, soprattutto se non occupano posti di grande responsabilità. " (Il secolo breve, cit., pag. 8)
Ma anche utilizzando solo informazioni fornite dalle dichiarazioni dei "personaggi pubblici" è necessario prestare molta attenzione e non cadere nell'errore di prendere per oro colato quanto in esse contenuto, soprattutto se i dati sono imprecisi. Un esempio: riporta Foot che al momento del suo arrivo a Gorizia, Basaglia "trovò più di 600 pazienti. Due terzi di loro erano di origine slovena, e di questi circa la metà non parlava italiano come lingua madre. Circa 150 stavano nell'ospedale a seguito degli accordi di pace." (pag. 13) I testimoni (Schittar, Slavich, Basaglia) non avevano certo alcuna ragione di mentire, ma lo storico dovrebbe in casi simili provvedere, nei limiti del possibile, a reperire dati precisi (quanti erano esattamente i pazienti?) e ad integrare le informazioni lacunose (quali sono nello specifico gli accordi di pace cui fa riferimento Basaglia?). E non è sufficiente dire che "Gorizia non è stata oggetto di alcun tipo di ricerca rigorosa, tanto che perfino i fatti fondamentali (quando arrivò o se ne andò una certa persona, il numero di pazienti, la presenza o l'assenza di un certo infermiere) sono difficili da appurare e spesso risultano contraddittori." (pag. 51) Perché dire questo significa scaricare su "altri" la responsabilità di non aver condotto una "ricerca rigorosa". Affermazioni del genere sono ammissibili (se fondate) solo in contesti specifici, incentrati sul dibattito storiografico intorno a un determinato argomento.
Tantomeno ammissibili sono certe affermazioni presenti nel saggio, prive di ogni fondamento, in quanto non supportate da fonti. Riferendosi a Gorizia (e presumibilmente agli anni '60), dice l'autore, la "frontiera era pattugliata da guardie armate, che a volte sparavano a chi [dalla Jugoslavia, ndr] tentava di fuggire a Occidente (di solito di notte): i cadaveri venivano rinvenuti la mattina dopo. C'erano posti di blocco permanenti a tutti gli incroci, alcuni a pochi metri dalle mura dell'ospedale psichiatrico." (pag. 22). Non corredata né dai nomi e cognomi dei presunti "cadaveri", né dalla data, né dal luogo (o dai luoghi) in cui questi fatti si sarebbero verificati, né da eventuali fonti secondarie, tale affermazione non può che essere inserita fra i numerosi "si dice che" presenti nel libro. In calce alcuni esempi. [1].
Nel libro sono inoltre presenti alcuni "processi alle intenzioni" (vedasi a titolo esemplificativo il capitolo 14 e, in modo particolare, il paragrafo dedicato a "Morire di classe" [2]) e varie imprecisioni, che sono poco comprensibili per uno storico. Ne cito solo una, relativa ad un argomento noto ai lettori: "Durante la seconda guerra mondiale gli occupanti nazisti deportarono numerosi ebrei dal manicomio ai campi di sterminio (ce n'era uno anche a Trieste)". (pag. 261) Nonostante i telegiornali abusino della parola "campo di sterminio" va detto una volta per tutte che a Trieste, durante l'occupazione nazi-fascista del 1943-1945 fu allestito un campo di transito e di prigionia (dove migliaia di persone di varia nazionalità furono torturate, uccise, o deportate), non però un campo di sterminio: nella Risiera di san Sabba non ci sono mai state le "docce".
Per concludere, il libro di Foot, pur disponendo di una corposa bibliografia, si presenta lacunoso da un punto di vista metodologico, per l'incompletezza delle fonti, per il modo in cui le stesse vengono utilizzate e la frequenza con cui l'autore ricorre a opinioni personali, a volte anche colorite, ("Morire di classe", ad esempio, viene definito "un oggetto di design", pag. 170) senza una base d'appoggio solida. L'assenza di un'introduzione, inoltre, rende la lettura del libro estremamente difficile, soprattutto ai non addetti ai lavori. Tali lacune costituiscono altresì un ottimo spunto per quegli studiosi che decideranno di affrontare (magari quando la memoria non sarà più viva e la storia si renderà quindi più necessaria) un argomento complesso e articolato quale "Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978".



[1] Riferendosi a Franco Basaglia, Foot dichiara: "Molti si lasciavano sedurre dalla sua intelligenza e dalla sua personalità (anche chi non l'aveva mai incontrato). Era carismatico e affascinante, ispirava amore e ammirazione, ma anche paura, invidia e a volte odio… Aveva un forte legame con i pazienti, ma molti gli rinfacciavano di averli abbandonati al loro destino." (pag. 21) La nota 49, relativa a quest'ultima affermazione dice semplicemente "sono molti gli aneddoti sulla sua capacità di comunicare con i pazienti (pag. 306).
L'equipe di Gorizia "si muoveva tra l'ospedale e la casa di Basaglia in centro: era come se fossero degli alieni, e come tali erano percepiti da buona parte della gente del posto." (pag. 54)
"Per molti Gorizia fu quasi una conversione religiosa, una specie di miracolo. Fu come se avessero visto la luce." (pag. 97)
"Non ci furono incidenti violenti legati all'effimero reparto aperto di Cividale, anche se qualcuno parla del suicidio di un paziente. Pare però che la presenza visibile di quelle persone nella cittadina suscitasse le proteste di una parte almeno della popolazione…" (pag. 109)
"Molti protagonisti dell'esperimento goriziano ricordano l'intensità del lavoro, la tensione, i turni lunghi, l'ansia delle notti passate da soli in ospedale. Per l'équipe fu un'esperienza totalizzante. Ai partecipanti, e alle loro famiglie, si chiedeva moltissimo sul piano fisico e su quello mentale. Fallivano i matrimoni, i figli venivano trascurati, la vita sociale era ridotta al minimo, chi si prendeva le ferie veniva guardato con disapprovazione." (pp. 119-120)
"pochi si sono presi la briga di leggere il voluminoso archivio di materiali relativi al movimento perugino negli anni sessanta e settanta… La narrazione basagliocentrica è lineare; più facile ignorare tutto il resto. "(pag. 193)
"Secondo alcune versioni della storia, quando fu presa la decisione di occupare [il manicomio di Colorno] c'erano anche Basaglia e Slavich, ma quasi certamente non fu così." (pag. 205)
Parlando delle due vie di riforma percorse dal movimento psichiatrico "critico" (quella incentrata sul manicomio - Gorizia - e quella invece imperniata sul territorio - Perugia e Reggio Emilia) l'autore afferma che il secondo modello "attecchì soprattutto nelle zone con una forte presenza del Partito comunista: Perugia, Reggio Emilia, Parma - secondo alcuni, anche perché facilitava il controllo politico e favoriva il clientelismo." (pag. 214)
"Pirella creò un suo culto della personalità ad Arezzo" (pag. 248) In seguito alle riforme introdotte ad Arezzo "i pazienti se ne andavano, non si accettavano nuovi ricoveri e i contrasti con la gente del posto erano frequenti." (pag. 255)
"L'immagine di Basaglia santo, profeta e martire è onnipresente nella letteratura e nei prodotti culturali (documentari, film per la televisione, libri, fotografie) usciti dopo la sua morte." (pag. 275)
"I miti e le leggende che circondano la legge 180 sono molti…" (pag. 283)
[2] Il reportage fotografico realizzato da Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati sulla condizione manicomiale, Einaudi, 1969

mercoledì 22 ottobre 2014

La verità è rivoluzionaria

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