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martedì 29 luglio 2014

Ramadan a Trieste

Si è svolta ieri, 28 luglio 2014, presso il Palazzetto dello sport di Trieste, la cerimonia che celebra la fine del Ramadan, il nono mese del calendario lunare arabo e sacro ai mussulmani in quanto "venne fatto scendere il Corano, codice di vita per gli uomini, esposizione chiara delle direttive, criterio per distinguere il bene dal male." (Sura II, versetto 185)
Noto al mondo occidentale soprattutto per il digiuno che i fedeli praticano dall'alba al tramonto, il Ramadan non deve essere però inteso come un periodo di privazione, bensì come un momento di espiazione e purificazione spirituale in cui preghiera, generosità, solidarietà e benevolenza verso gli altri hanno grandissima importanza.
Si tratta inoltre di un mese ricco di grazie perché, come disse il Profeta, "quando arriva il Ramadan vengono aperte le porte del Paradiso, e chiuse quelle del Fuoco, e i demoni vengono legati".
In questa atmosfera il Centro culturale islamico di Trieste (fondato nel 1988 e organizzatore della cerimonia) ha chiamato quotidianamente a raccolta, presso la propria sede di via Pascoli 45, la comunità di fedeli che a Trieste conta complessivamente circa seimila persone provenienti da trenta paesi fra cui, solo per citarne alcuni, Italia, Bosnia Erzegovina, Turchia, Palestina, Qatar, Togo, Senegal, Siria, Algeria, Bangladesh, Pakistan, Marocco.
A partire dal 28 giugno (data di inizio della festività) i fedeli hanno così avuto la possibilità di incontrarsi e di partecipare insieme ad altri ai momenti di preghiera, di dibattito, di festa al termine del digiuno, offerta di volta in volta da una famiglia diversa e preparata dalle abili mani di alcuni partecipanti, fra i quali Adam, un ragazzo del Togo, il cui sorriso non può fare a meno di contagiare tutti quelli che gli stanno intorno.

Di seguito una serie di immagini realizzate in occasione della cerimonia e nel corso di una serata recentemente trascorsa al Centro culturale islamico.
Ringrazio tutta la comunità ma soprattutto Vahid, Fatima, Sabaheta, Jasmin, Aisha, Amina nonché il presidente del Centro, Saleh Igbaria, per l'accoglienza e l'ospitalità ricevute.


Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014
Ramadan Trieste 2014


lunedì 30 dicembre 2013

Il Grand Magal di Touba a Trieste

In wolof (dialetto senegalese parlato dall'omonima popolazione) Magal significa rendere omaggio, celebrare, magnificare e consiste in atti di gratitudine resi al Signore e al suo Profeta Maometto.
Nella comunità murid (*), (confraternita religiosa mussulmana di derivazione Sufi, nata nel 1883 in Senegal), si festeggiano numerosi Magal, ma il più importante è il Grand Magal di Touba, che viene celebrato il 18 del mese lunare di Safar e che commemora la partenza per l'esilio in Gabon di Shaikh Aamadu Bàmba Mbàkke, fondatore della confraternita stessa, oltre che della città di Touba. Un esilio cui il capo spirituale della Murīdiyya (**) fu costretto, nel 1895, dal governo coloniale francese, che non vedeva di buon occhio la sua influenza crescente sulla popolazione senegalese né la sua critica antiviolenta nei confronti dell'autorità coloniale. Un esilio che si trasformò in un viaggio spirituale lungo sette anni, in mezzo a sofferenze, preghiere, meditazioni e speranze.
Nel giorno del Grand Magal milioni di murid, in tutto il mondo, si riuniscono in un momento di preghiera collettiva, nello spirito della mistica di Aamadu Bàmba, imperniata sulla conoscenza e la fedeltà ai principi base dell'Islam, alle sue leggi, ai suoi libri sacri, alle sue pratiche di culto, nonché sulla dirittura morale, la purezza, la devozione alla comunità.
Così è avvenuto anche a Trieste, il 22 dicembre scorso, al Palazzo dei Congressi della Stazione Marittima, con la partecipazione di numerosi fedeli provenienti, oltre che da Trieste, anche da Gorizia e Udine.
Salmodie dei poemi di Aamadu Bàmba, letture del Corano, preghiere, conferenze si sono alternate nel corso della commemorazione, intervallate dal pranzo, a base di riso, carne di manzo, pollo, verdure varie, uova, preparato dalle donne nei due giorni precedenti, dai giochi dei bambini e da momenti di socialità tra adulti, accompagnati da bicchieri di te e caffè Touba (bevanda particolarmente gustosa, aromatizzata con lo “jarr” - pepe di Guinea).
Una grande festa, dunque, all'insegna della solennità religiosa ma anche della convivialità, aperta non solo ai fedeli mussulmani bensì alla comunità di Trieste intera, segno quest'ultimo di un'ospitalità e di una generosità che parlano da sé, senza bisogno di ulteriori commenti, forse “solo” di qualche riflessione.

Prima di lasciare la parola alle immagini che, in questo casospecialmente raccontano molto di più di quanto possa fare il linguaggio scritto, vorrei ringraziare di cuore Niang Cheikh, Sadiop Ndiage, Aina Wade Baro, l'Associazione senegalesi di Trieste e tutti gli altri amici che mi hanno accolto, ospitato, aiutato in vario modo nel corso della bellissima giornata passata in loro compagnia.

 شكرا جزيلا 

Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste
Grand Magal Touba Trieste

(*) "termine che deriva dall'arabo murīd (colui che aspira a) e che viene generalmente utilizzato nel Sufismo per designare il discepolo di una guida spirituale", fonte: http://www.bahaistudies.net/asma/mourides.pdf, pag. 1
(**) confraternita murid, "yoonu murit in wolof, ةيديرملا ةقيرطلا , Aṭ-Ṭarīqat al-Murīdiyya o semplicemente,ةيديرم Murīdiyya in arabo", fonte: ibid.

venerdì 5 luglio 2013

Sarajevo Europa

Sarajevo è una città europea. Sto dicendo una banalità? Forse. Ma forse anche no, considerato che alcuni pensano ai Balcani come a un monolite esotico dove il fratricidio è quasi inevitabile in certi momenti "storici". Niente di tutto questo. Una signora, alla fermata dell'autobus, mi domanda se non ho paura a girare da sola. Ci penso e le rispondo di no. Ho paura esattamente tanta quanta ne ho girando per Trieste. Quando invece mi trovo a Milano o a Roma sono tutt'uno con la borsetta e (forse non dovrei dirlo) nascondo i soldini in un portadocumenti sotto le mutande.
Un piccolo inconveniente, in questo contesto, mi è capitato, ma senza conseguenze. Ero sul tram e parlavo con un amico. Ad un certo punto mi sono accorta che qualcuno stava frugando nella mia borsa. Ad alta voce ho detto "ma cosa stai facendo? Non ti vergogni?" Quando gli altri passeggeri mi hanno sentita nel mio perfettissimo esperanto balcanico hanno subito gridato all'autista di chiudere le porte, perchè il ladro non avesse modo di uscire. Mi hanno suggerito di controllare se avevo tutto e, solo dopo aver accertato che il casino della borsetta (che probabilmente mi ha protetto dal furto) era tale e quale lo avevo lasciato, e aver detto agli altri passeggeri che tutto andava bene, dico solo allora l'autista ha aperto la porta. Mi domando se nel civilissimo Occidente individualista questo sarebbe mai potuto accadere.
Ciò detto, io a Sarajevo mi sento a casa. Sarà forse perché, quando incontro la gente per strada, nessuno mi domanda da dove vengo, se dalla Germania o dall'Olanda (l'unico azzardo è stato la Polonia). Sarà che la lingua non è molto diversa da quella che ho imparato da bambina. Sarà perché molti edifici del centro somigliano vistosamente a quelli che si trovano a Trieste, Ljubljana, Vienna. O più semplicemente perché, come a Trieste, le automobili hanno la precedenza sui pedoni. Non lo so. Certo è che, quando sono arrivata, l'unica differenza che ho notato è stata nella temperatura dell'aria, 8 gradi alle cinque di mattina e che i "cevapcici" sono molto, molto più buoni.
Ed è solo il canto del muezzin, verso mezzogiorno, a ricordarmi che un tempo questa città, diversamente dalla mia, è stata governata dall'impero ottomano. Oggi infatti è venerdì e nella begova džamija (straordinario edificio costruito tra il 1525 e il 1531) si celebra la preghiera. Sia dentro la moschea sia nel cortile antistante gli uomini, inginocchiati su tappeti, pregano. Le donne, pregano anch'esse, ma stanno accanto a me, fuori dalla cinta muraria. All'interno non ne ho vista nessuna.

L'unico posto in cui mi sento completamente estranea in questa città è Gorica o Crni vrh, il quartiere dei rom. Cerco di non dare troppo nell'occhio, gironzolando intorno, ma è chiaro ed evidente che non faccio parte della comunità. Scambio quattro parole con una signora, e poi chiedo informazioni a un gruppo di uomini seduto sui gradini di una casupola fatiscente. Ma, diversamente dal resto della città, non riesco a stabilire un contatto. Mi pare quasi di disturbare. Allora decido di andarmene. Probabilmente il mio approccio è sbagliato. Questa notte studio, leggo, rifletto e, forse, domani ci riprovo.

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