Visualizzazione post con etichetta Gypsies. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gypsies. Mostra tutti i post

venerdì 2 ottobre 2015

A time for gypsies

This is my personal tribute to the Roma people that I met so far. Many times they suffer from prejudices due mostly to… ignorance. As for my personal experience I can just say that all the people who I met were really hospitable, they let me get into their homes, they offered me food and coffee, they let me spend some time with them. They gave me the possibility to see the way they live, even if it isn't always easy. Therefore I just wish to thank them… for everything.
That's all.



Uomo, Rom, Bijeljina
Uomo, Rom, Kosovo
Donna, Rom; Sarajevo
Ragazzi Rom
Donna, Rom, Guerra, Bosnia
Donna, Rom
Interno casa Rom
Donna, Rom, Trieste
Cimitero, Rom, Bijeljina
Cimitero, Rom, Bijeljina

sabato 25 gennaio 2014

An episode in the life of an iron picker

In Bosnia Erzegovina, paese martoriato tra il 1992 e il 1996 da una guerra a tutti purtroppo ben nota, che ha visto dimezzati i posti di lavoro nel settore industriale (passati dal 44% di prima della guerra all'attuale 19,5%), dove gli occupati costituiscono solamente il 32% della popolazione attiva, e dove la politica di "ricostruzione" ha privilegiato le liberalizzazioni e deregolamentazioni al fine di attrarre capitali dall'estero, non tutti hanno diritto all'assistenza sanitaria.
Più di 600.000, secondo la stampa locale, sarebbero le persone senza assicurazione sanitaria, più del 16% della popolazione totale. Si tratta, per lo più, di disoccupati, di lavoratori in nero, o di occupati i cui datori di lavoro, però, non versano i contributi previdenziali.
Sebbene la legge prescriva l'obbligo di prestare le prime cure in casi di emergenza e, di conseguenza, il diritto di ricevere assistenza, a prescindere se si dispone o meno di un'assicurazione, tale diritto può venir meno se il concetto "prime cure" viene interpretato in modo diverso a seconda della struttura e/o del personale di turno.
Può quindi accadere che una donna in stato di gravidanza si senta male, vada al Pronto soccorso, le venga diagnosticato un aborto spontaneo, le venga sì fermata l'emorragia ma non le venga praticato il raschiamento né al primo accesso né, dopo qualche giorno, al secondo perché priva di assicurazione sanitaria. Non disponendo - questa la giustificazione ufficiale - dei mezzi finanziari sufficienti per coprire il costo dell'intervento chirurgico (980 marchi bosniaci, pari a circa 490 euro), l'ospedale può richiedere alla donna di pagare di propria tasca "la parcella". Ma la donna può non disporre di questa cifra, può quindi rischiare la setticemia, può quindi rischiare di morire.
È questo l' “Episodio nella vita di un raccoglitore di ferro”, realmente accaduto, di cui parla il bellissimo film del regista Danis Tanović – titolo originale “Epizoda u životu berača željaza”, trad. "An episode in the life of an iron picker" - vincitore, al Festival del Cinema di Berlino nel 2013, del Gran premio della giuria, nonché dell'Orso d'Argento assegnato a Nazif Mujić, il protagonista maschile del film.
Film d'apertura della venticinquesima edizione del Trieste Film Festival, il lungometraggio di Tanović - in lizza nella prima short list di nove pellicole per la nomination all'Oscar quale miglior film straniero - ripercorre passo per passo l'accaduto, descrivendo con cura e attenzione non solamente l' Episodio centrale, ma l'ambiente in cui vivono i protagonisti della vicenda che, nel film, interpretano se stessi.
Senada e Nazif sono marito e moglie e vivono, insieme alle due figlie, Šemsa e Sandra, in un piccolo appartamento in un paesetto della provincia di Tuzla. Senada si occupa delle bambine, pulisce la casa, lava i panni nella vasca, prepara la "pita" al formaggio, mette la legna, raccolta e tagliata da Nazif, nello "spaghert"; della cucina per riscaldare la casa, per cucinare, per riscaldare l'acqua.
La famiglia vive (o sarebbe meglio dire sopravvive) grazie a Nazif, il cui "lavoro" consiste nel raccattare ferro dalle discariche a cielo aperto o da automobili destinate alla rottamazione e venderlo nei centri di raccolta.
Il tran tran quotidiano viene bruscamente interrotto dal malore di Senada e dalle ingiustizie e umiliazioni che la donna è costretta a subire quando entra nella struttura sanitaria che dovrebbe assisterla ma che le nega l'assistenza perché priva di assicurazione e del denaro necessario per sottoporsi all'intervento. Solo facendosi prestare la tessera sanitaria dalla cognata, che vive in un'altra città, e spacciandosi per la cognata stessa nell'ospedale del luogo, Senada riuscirà finalmente a farsi operare e, con ciò, ad aver salva la vita.

Ho dimenticato di dire che la famiglia Mujić è Rom? No, non l'ho dimenticato, ho preferito semplicemente aggiungere questa informazione dopo aver raccontato i fatti, in modo da permettere al lettore di immedesimarsi in questa tragica vicenda, senza farsi condizionare da eventuali pregiudizi che, ahimè, non permettono, anche se in buona fede, di approcciarsi in modo obiettivo alla realtà.
Rom Sarajevo
Una realtà che ho potuto, seppur in piccola parte, vedere con i miei occhi durante il periodo trascorso qualche mese fa a Sarajevo, dove ho conosciuto alcuni raccoglitori di ferro e/o loro familiari, come Mira, che vive a Gorica (il quartiere dei Rom, quello in cui Emir Kusturica andava a scuola), che prima della guerra faceva la pulitrice mentre adesso è senza lavoro. Il marito, carrozziere ai tempi della Jugoslavija, ora è costretto a raccogliere e vendere ferro per portare qualche soldo alla famiglia. Niente sussidi, niente pensioni, solo il contributo per la nipotina, che in luglio ha compiuto tre anni.
Rom SarajevoE come non parlare di una bellissima donna come Almedina che, quando sono andata a trovarla, mi è venuta a prendere alla stazione degli autobus e mi ha offerto “pita”, caffè e anguria. Almedina che, insieme al marito, ogni santo giorno prende l'autobus per andare a Sarajevo e dintorni a rovistare in mezzo ai cassonetti delle immondizie, in cerca di tutto ciò che può essere rivenduto. "Ho paura delle infezioni, delle malattie, non tanto per me ma per i miei figli" mi ha detto quando le ho chiesto cosa prova, come si sente quando "lavora". Il marito, che ha lavorato dieci anni in Germania, si rimprovera ripetutamente di aver deciso di rientrare in Bosnia da dove non può uscire perché non dispone del denaro sufficiente.
Rom Sarajevo
Ma Almedina e Mira sono fortunate perché hanno una bella casa che curano come un gioiello. Almedina ha anche i genitori che ogni tanto le danno una mano. Non lo stesso discorso vale invece per una coppia di profughi dal Kosovo che vivono senza acqua e senza riscaldamento insieme a tre figli in un tugurio con i buchi nel pavimento, sotto il ricatto costante dei "capò" di turno e della “burocrazia dell'immigrazione”. Con un carrello della spesa percorrono ogni giorno chilometri e chilometri a Sarajevo e fuori, alla ricerca di quel preziosissimo ferro che, come mi spiega il capofamiglia, viene pagato 1 marco bosniaco (50 centesimi di euro) per 10 kg.
E che dire infine di quella giovane donna che, nei pressi della stazione delle corriere di Vogošća, ho visto un giorno immersa nel bidone della spazzatura alla ricerca di qualcosa da poter riciclare, mentre il figlio più grande domandava la carità e il figlio neonato riposava fra le braccia del padre? Credo che qualsiasi parola in più sarebbe superflua.

Rom Sarajevo

Certo, la Bosnia Erzegovina è molto più di questo: è un paese straordinario dove, chi ci è stato, non può non provare il desiderio di tornarci una, dieci, cento volte. Ma la Bosnia Erzegovina è anche questo, un paese molto povero, come ben racconta il film di Tanović, già autore di "No man's land" che vinse il Premio Oscar nel 2002 come miglior film straniero.


Per dovere di cronaca e spinta da curiosità personale ho cercato notizie riguardo alla famiglia protagonista del film sui giornali on-line bosniaci. In sintesi, dopo aver conseguito l'Orso d'argento quale miglior attore al Festival di Berlino nel 2013, Nazif Mujić è stato assunto nel complesso del “Lago Pannonico” di Tuzla in veste di animatore turistico. Dopo breve tempo, però, l'uomo ha rinunciato all'incarico perché lo stipendio (650 KM), stando a quanto dichiarato da egli stesso alla stampa, copriva a malapena le spese di vitto e trasporto e non gli garantiva un'assicurazione sanitaria adeguata. Ha quindi accettato l'impiego di operatore ecologico presso i parchi della città di Lukavac con uno stipendio di circa 1000 KM al mese, sufficienti anche a coprire le spese sanitarie. Tuttavia, riporta il giornale klix.ba, il 4 dicembre scorso Mujić è stato licenziato per assenteismo dal Comune di Lukavac. L'uomo, insieme con il resto della famiglia – notizia del 24 gennaio riportata da 24sata.info – si trova adesso in Germania, dove vive da circa due mesi e dove ha presentato richiesta di asilo politico. La richiesta è stata respinta in quanto – questa la motivazione – “la povertà non costituisce motivo sufficiente per ottenere un permesso di soggiorno”. La famiglia Mujić dovrà quindi lasciare la Germania entro il 9 marzo di quest'anno.

Dei raccoglitori di ferro e della comunità Rom ho parlato estesamente in altri post del blog, raccolti qui.


NOTA per i viaggiatori italiani: solo in alcuni specifici casi gli accordi governativi in essere coprono le spese sanitarie nel caso di un viaggio nella terra di Andrić e di Selimović. Il Ministero della Salute suggerisce, in tutti gli altri casi, di procurarsi un'assicurazione privata poiché nemmeno il pronto soccorso rientra in convenzione.

lunedì 15 luglio 2013

Waste pickers a Sarajevo

A Sarajevo non ci sono i contenitori per il vetro, la carta, la plastica, ma la raccolta differenziata si fa anche qui. Sì, però al contrario. B., 38 anni, di Priština, e la moglie D., nata a Kosovska Mitrovica, di 35 anni, profughi dal Kosovo, si guadagnano da vivere frugando fra i rifiuti, alla ricerca di plastica, vetro, ferraglia, vestiti usati, per poterli poi rivendere da qualche parte.
Li incontro a Koševo alle nove e mezza di sera, mentre sono fermi sul marciapiede, con il carrello del supermercato, pieno di cianfrusaglie: un'antenna della tv rotta, jeans, un phon, un ammasso che sembra tanto polistirolo. B. parla un po' d'italiano perchè ha girato l'Italia in lungo e in largo ma, alla fine, è stato cacciato con regolare foglio di via. Vivono in una casa di L. K., con quattro figli e due cani. Orgogliosamente B. mi mostra la foto del figlio maschio sul cellulare.
Il giorno successivo vado a trovarli. Ho appuntamento con loro alle 3 circa. Nell'attesa approfitto per fare due scatti alla casa chiusa con il lucchetto in cui, mi dicono i vicini, vivono.
Dopo un'ora e mezza di attesa non vedo arrivare nessuno. "Probabilmente", mi dico, "saranno in giro a frugare fra i rifiuti, come fanno tutti i santi giorni. Ma di lì a poco mi vengono incontro tre bambini e mi fanno entrare in casa: i genitori li avevano avvisati che sarei venuta.
Cammino sui grossi tappeti di lana nella cucina e, di tanto in tanto, sento il piede che affonda con la sensazione quasi di sprofondare. Nella casa non c'è riscaldamento e nemmeno acqua. "Per fortuna", mi dice D., la mamma, "una vicina ci permette di riempire le taniche che poi utilizziamo per lavarci, per cucinare, per bere, per lavare i piatti." Le poche volte che cucinano usano uno spaghert fuori casa. Normalmente comprano qualcosa di pronto da mangiare, perché costa meno. Mamma e papà dormono in cucina, mentre i bambini in salotto.
B. e D. non sanno né leggere né scrivere: non sono mai andati a scuola. Come dicevo prima si guadagnano da vivere raccattando cose nei bottini della spazzatura. "Il ferro", dice B, "mi viene pagato 1 marco per 10 chilogrammi." Una volta a settimana un gruppo di persone arriva a casa loro per acquistare il ferro. Non ricevono nessun sussidio da parte dello stato, se non 50 marchi (25 euro) al mese per la bambina più piccola. D. e i figli godono dello status di rifugiati politici mentre B. non ce l'ha, per motivi che non posso spiegare. La figlia più grande ha sedici anni ed è già sposata, ma vive con i genitori, non con il marito. Gli altri bambini vanno tutti a scuola, eccetto la più piccola, che ha quattro anni e che mi mostra la foto di classe della sorella. Quando i genitori sono al lavoro i bambini se ne stanno soli a casa, in compagnia dei cani: Simba e Kimba.

Si è ormai fatto tardi e decido di andare via, con il proposito di ritornare il giorno successivo...

Torno a casa di B. e D. intorno alle 10 di mattina. La casa non è chiusa con il lucchetto, segno che - mi dice una loro amica - sono a casa ma stanno ancora dormendo. La donna bussa ripetutamente finché D., ancora assonnata, apre la porta. Anche le bambine sono in piedi mentre il papà e il fratello dormono in camera da letto.
Mentre la mamma prepara il caffè converso un po' con l'amica di famiglia, Almedina, e vengo a sapere che anche lei, insieme con il marito, si guadagnano da vivere frugando fra le immondizie. Non vivono a Sarajevo, bensì a Iljaš, in una casetta in affitto in aperta campagna. Ogni giorno si fanno 30, 40 chilometri per andare a cercare fra i rifiuti. Ma questa è un'altra storia.
Oggi è il giorno in cui un gruppetto in furgone viene a comprare il materiale raccolto faticosamente da B. e D. E proprio questo gruppetto, appena mi vede, inizia a fare domande direttamente a me, con un fare molto poco rassicurante. Su invito di D. mi astengo dal fare fotografie (a parte un paio rubate) ed entro in casa con lei. Avrei voluto continuare a seguire la famiglia di B. e D., ma sempre a causa di questo gruppetto non è stato possibile. Pare abbia fatto pressioni perché me ne stessi alla larga. Le ragioni le posso solo immaginare.

Clicca qui per andare alla pagina dedicata a Sarajevo