Per visualizzare il post è necessario abilitare javascript - Javascript is required for this post.
Termini di utilizzo
Copyright © 2022 Erika Cei. All rights reserved.
mercoledì 2 luglio 2014
The sound of silence
Ubicazione:
Trieste, Italia
martedì 1 luglio 2014
Campi profughi di ieri, luoghi di memoria di oggi
Έτσι, δεν γνωρίζω è una celebre frase di Socrate che significa "so di non sapere". La faccio mia in questa occasione per sottolineare il fatto che io so di non sapere cosa significhi essere profughi, cosa significhi raccogliere in fretta e furia le proprie cose e abbandonare la propria terra, essere poi rinchiusa insieme ad altri in baracche di legno improvvisate alla bell'e meglio, dover uscire nel pieno della notte per andare al bagno, dover far la fila per un piatto di minestra, non avere certezze sul mio destino e su quello della mia famiglia, sentirmi sempre e dovunque un'esule. So di non sapere tutto questo ma ho provato ciononostante a comprenderlo, recandomi qualche tempo fa in uno dei luoghi simbolo di Trieste, il centro raccolta profughi di Padriciano, che ha accolto esuli dall'Istria e dalla Dalmazia dopo la seconda guerra mondiale e, principalmente, dopo l'entrata in vigore del Memorandum di Londra del 1954, concernente il Territorio Libero di Trieste, che assegnava la zona A all'Italia e la zona B (di cui Istria e Dalmazia facevano parte) all'allora Jugoslavija socialista di Tito.
Le Storie delle migliaia di persone che, per periodi più o meno lunghi, sono state "accolte" al centro profughi di Padriciano avrebbero tutte il sacrosanto diritto di essere raccontate, una per una. Mi appello dunque ai lettori, al loro desiderio di raccontarsi, di rendere partecipi gli altri delle loro vicende, per poter continuare questa ricerca fra le Storie, le Memorie, i Ricordi. Parlo al plurale, come sempre, perché avendo studiato Storia mi sono resa conto di quanti limiti comporti un termine assoluto come questo, in primo luogo quello di non dare il giusto spazio alle vicende individuali, che sono, poi, le vicende di tutti noi.
Le Storie delle migliaia di persone che, per periodi più o meno lunghi, sono state "accolte" al centro profughi di Padriciano avrebbero tutte il sacrosanto diritto di essere raccontate, una per una. Mi appello dunque ai lettori, al loro desiderio di raccontarsi, di rendere partecipi gli altri delle loro vicende, per poter continuare questa ricerca fra le Storie, le Memorie, i Ricordi. Parlo al plurale, come sempre, perché avendo studiato Storia mi sono resa conto di quanti limiti comporti un termine assoluto come questo, in primo luogo quello di non dare il giusto spazio alle vicende individuali, che sono, poi, le vicende di tutti noi.
I luoghi sono dei grandi narratori di storie. Bisogna solo lasciarli parlare, con rispetto e soprattutto con grande umiltà.
Clicca qui per visitare altri luoghi della memoria a Trieste
Etichette:
Campo profughi di Padriciano,
esodo istriano-dalmata,
History,
Memorandum di Londra,
Memory,
Padriciano,
World War II
Ubicazione:
Trieste, Italia
domenica 15 giugno 2014
Trst - Zavidovići: breve cronistoria di un'odissea umanitaria
Al confine tra Slovenia e Croazia solito docu-film del controllo passaporti, con i cittadini UE da una parte, gli "altri" da un'altra, a sottolineare in modo piuttosto evidente che "tutti gli animali sono uguali ma alcuni sono più uguali degli altri", come diceva George Orwell ne "La fattoria degli animali".
Sebbene il contesto sia diverso, lo sputo in faccia alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo, con tanto di bava, è talmente percepibile che mi porta di riflesso a tirare fuori l'amuchina e a darmi una pulita al viso. Uno sputo che si trasforma in pugno quando vedo lo sguardo rassegnato delle persone scese da un autobus targato BiH (vista l'ora potrebbe essere quello diretto a Sarajevo) che, come mucche prima di andare al macello, fanno la fila allo sportello passaporti. Troppa fatica, evidentemente, per i poliziotti, scollarsi dalla sedia e salire sull'autobus: quelle 2.5 calorie potrebbero essere spese per cose ben più virili, va da sé.
Sebbene il contesto sia diverso, lo sputo in faccia alla Dichiarazione dei diritti dell'uomo, con tanto di bava, è talmente percepibile che mi porta di riflesso a tirare fuori l'amuchina e a darmi una pulita al viso. Uno sputo che si trasforma in pugno quando vedo lo sguardo rassegnato delle persone scese da un autobus targato BiH (vista l'ora potrebbe essere quello diretto a Sarajevo) che, come mucche prima di andare al macello, fanno la fila allo sportello passaporti. Troppa fatica, evidentemente, per i poliziotti, scollarsi dalla sedia e salire sull'autobus: quelle 2.5 calorie potrebbero essere spese per cose ben più virili, va da sé.
Penso ingenuamente che il più sia fatto e che, tempo due ore, siamo arrivati. Ma Juka e gli altri frenano subito il mio entusiasmo: "Dobbiamo andare allo "carinski terminal" (terminal doganale) di Tešanj, a Doboj jug".
"Vabbeh, un'altra oretta e mezza ce la faremo passare tra una sigaretta e un caffè", dico fra me e me, mentre attraversiamo Doboj che, libera da fango e fetore, continua a rimanere una città fantasma: alle otto di mattina, ora di punta, solo un paio di macchine e qualche pedone si aggirano per le strade dove negozi, bar, farmacie sono rigorosamente chiusi, o meglio morti e sepolti dai tre-quattro metri d'acqua che ha invaso la città un mese fa.
Alle 8.15 arriviamo al terminal doganale. Ci viene detto che dobbiamo aspettare. "Kurac, ma questi sono aiuti umanitari, mica oppio dall'Afghanistan transitato in Kosovo per alimentare le casse della …", inizio a divagare. "Più probabilmente, è in corso uno sciopero nel reparto inchiostro della fabbrica messicana di penne bic, mentre in Mongolia, causa problemi con la motosega, non è stato ancora abbattuto l'albero diretto alla cartiera finlandese…", divago sempre più finché, dopo cinque ore e mezza di attesa e dopo ripetuti solleciti da parte dei ragazzi di Bosna Trst non arriva il nulla osta.
In nemmeno un'ora i volontari di Bosna Trst scaricano le tre tonnellate di aiuti nel magazzino indicato dalla protezione civile della cittadina e messo a disposizione da un privato. I responsabili ci dicono che, a Zavidovići, l'alluvione ha colpito 400 abitazioni, seicento persone sono senza casa, tutti gli orti sono stati distrutti. Non servono capi d'abbigliamento ma cibo, prodotti per l'igiene, prodotti per bambini.
Finito di scaricare qualcuno va a riposare, qualcuno va a trovare amici e parenti. Io, Vahid e Fatima, accompagnati da Amir, andiamo a Topčić Polje e Željezno polje. Poi, chi prima chi dopo, tutti a nanna perché 48 ore senza dormire si fanno sentire sopratutto per chi, come Juka, Vahid, Fatima, Mujo, Šefik, Alen, Šemso ha lavorato tutta la settimana, ha presidiato il magazzino per raccogliere gli aiuti e, il venerdì sera, invece di stare con la famiglia e riposare ha affrontato un viaggio di 15 ore per portare aiuto a chi ne ha bisogno.
Per andare/tornare alla pagina dedicata all'Alluvione in Bosnia Erzegovina clicca qui.
Per visualizzare il post è necessario abilitare javascript - Javascript is required for this post.
Etichette:
Aiuti umanitari,
Alluvione in Bosnia Erzegovina,
Alluvione nei Balcani,
Associazione Bosna Trst,
Balkans,
Bosnia and Hercegovina,
Doboj,
News,
Zavidovići
Ubicazione:
Zavidovići, Bosnia ed Erzegovina
sabato 14 giugno 2014
Željezno polje, l'ultimo girone dell'inferno
Surreale, così appare Željezno polje dal sedile posteriore della macchina. Ma basta mettere il piede a terra che qualcosa subito ti afferra in una morsa tagliente, ti fa perdere l'equilibrio e ti trascina giù, con violenza, fino a farti precipitare nell'ultimo girone dell'inferno, dove si respira solo fango e dove si aggirano, con lo sguardo perso nel vuoto, le ombre dei senza colpa che in un istante hanno perduto tutto.
Alcuni, come Sadeta e suo fratello, hanno rifiutato di essere evacuati e dormono in una tenda a presidio dell'unica casa di famiglia di cui resta oggi ancora qualcosa. Le altre abitazioni dei Tutnjić sono state inghiottite dalle frane, così come la moschea, scivolata di settecento metri e di cui in superficie resta oramai solo il tetto.
Dolore, pena, compassione, un senso annichilente di impotenza ti strangolano, fin quasi a farti perdere i sensi e quando vedi un uomo immerso nell'acqua del torrente, alla ricerca di chissà cosa, la tua mente si scuote di colpo e prendi a risalire la china con tutta la forza che hai, afferrandoti con le unghie sanguinanti a qualsiasi cosa pur di uscire da lì, pur di dimenticare di esserci mai stato.
Questo è Željezno polje oggi, a un mese dall'alluvione.
Per andare/tornare alla pagina dedicata all'Alluvione in Bosnia Erzegovina clicca qui.
Per visualizzare il post è necessario abilitare javascript - Javascript is required for this post.
Etichette:
Alluvione in Bosnia Erzegovina,
Alluvione nei Balcani,
Balkans,
Bosnia and Hercegovina,
News,
Željezno polje
Ubicazione:
Željezno Polje, Bosnia ed Erzegovina
Iscriviti a:
Post (Atom)