domenica 8 marzo 2015

Scusate se non siamo annegati

Sabato sette marzo duemilaequindici, ore sedici circa, località Pordenone. Il teatro Verdi apre i battenti per la conferenza di Luis Sepúlveda, in occasione di "Dedica" (festival annuale, come indicato sul sito della stessa, "costruito attorno a una singola personalità della cultura, di rilievo internazionale, con l'obiettivo di approfondirne il percorso artistico nelle sue sfaccettature").
Una fila ordinata di persone dal colorito pallido, è in attesa di entrare in teatro per ascoltare il romanziere cileno. Di fronte, una trentina di persone, di carnagione più scura, di provenienza extracomunitaria ed extraeuropea, esattamente come Sepúlveda, e forse altrettanto celebri, ma non come singoli individui, bensì solo ed esclusivamente in quanto massa scura, anonima e amorfa che sbarca quotidianamente sulle coste italiane per scappare da guerre, persecuzioni e fame.
"Scusate se non siamo annegati" dicono i ragazzi provenienti da Mali, Senegal e Ghana ed altri paesi dell'Africa sub-sahariana. Alcuni di loro sono in attesa della sentenza da parte della Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale. Altri sono stati invece "rifiutati" in prima istanza dalla Commissione e cercheranno di presentare l'appello che, però, costa centocinquanta euro a testa.
Il motivo della manifestazione è chiaro, come spiega sulla sua pagina facebook Luigina Perosa, attivista per i diritti degli immigrati da tutta una vita e anima di questa manifestazione. "Chiedono un permesso di soggiorno anche solo per motivi umanitari, un documento che permetta loro di esistere uscendo dall'invisibilità, che permetta loro di spostarsi, di lavorare, di circolare come le merci e il denaro fanno, ma non tutte le persone possono fare. Fuggono da violenza, povertà, conflitti o condizioni di vita inaccettabili, attraverso viaggi dolorosi inenarrabili e costosi. Ora sono qui e cercano di esercitare il diritto di ogni persona a poter vivere, anche se in un luogo diverso da quello in cui sono nati, perchè la terra è di tutti. Oggi pomeriggio, in centro a Pordenone, hanno cercato di dire questo."


Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone Luigina Perosa
Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone
Richiedenti asilo Pordenone




Ma come funziona tutto il meccanismo delle richieste di asilo? Me lo spiega Luigina stessa. Cerco di sintetizzare il più possibile, anche se l'argomento è piuttosto complesso, partendo dall'articolo 10 della Costituzione Italiana: "Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge."
Quando arriva in Italia, lo straniero che fugge da situazioni di persecuzione, guerra e tortura (per inciso, quello di tortura è un reato a tutt'oggi assente dal codice penale italiano) può richiedere protezione allo Stato italiano, presentando domanda alle forze di polizia (Polizia di frontiera o Questura). La polizia procede a verbalizzare la richiesta, in tempi che possono variare anche di molto: se le persone sono poche i tempi sono rapidi, se ce ne sono molte, i tempi si allungano. Per dirla in altri termini: non è colpa della polizia italiana se i tempi di attesa in alcuni casi non sono brevi.
Solo nel momento in cui la richiesta viene verbalizzata, i richiedenti asilo possono entrare nel progetto SPRAR (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) che garantisce loro, attraverso gli enti convenzionati con le autorità locali a tal fine, un accoglienza che consiste in assistenza, vitto, alloggio, informazione, orientamento, etc.... Per espletare queste funzioni gli enti convenzionati ricevono in media 30 euro al giorno a persona. Detto altrimenti e per smentire ancora una volta (basterà?) la grande bufala sull'argomento: non sono i richiedenti a ricevere dal Comune 30 euro al giorno, bensì gli enti convenzionati con il Comune per dare accoglienza ai richiedenti. A questi ultimi vengono corrisposti solo 2,5 euro al giorno per le piccole spese.
A decidere delle sorti di queste persone è la "Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale (Gorizia per Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Trentino Alto Adige) che " può riconoscere una forma di protezione internazione, asilo politico o protezione sussidiaria, non riconoscere alcuna forma di protezione, rigettare la domanda per manifesta infondatezza, valutare la domanda inammissibile (qualora sia già stata esaminata da altro paese europeo), oppure, per motivi non riconducibili alla sicurezza della persona ma per gravi motivi umanitari, può chiedere alla Questura il rilascio di un permesso per protezione umanitaria..." (cit. da Progetto Melting Pot Europa)
Se la commissione da un parere positivo, le possibilità sono dunque tre. Il permesso per asilo politico ha durata di cinque anni (rinnovabili) e consente alle persone di spostarsi liberamente entro l'area Schengen, di cercare un lavoro, di studiare, di iscriversi al servizio sanitario, di richiedere il ricongiungimento familiare, di usufruire delle prestazioni INPS (maternità, etc…). Gli stessi diritti vengono garantiti anche dalla protezione sussidiaria che però è di durata triennale, mentre il permesso di soggiorno per motivi umanitari (di durata variabile dai sei mesi a due anni) non consente il ricongiungimento familiare.
In caso di rifiuto da parte della Commissione, invece, la persona riceve un decreto di espulsione con l'obbligo di lasciare il paese entro trenta giorni a decorrere dalla data del decreto. L'espulsione viene sospesa se il richiedente presenta ricorso alla Corte d'Appello che può, a sua volta, accogliere la domanda o nuovamente rifiutarla e, con ciò, confermare il decreto di espulsione.

Questo in breve l'iter che un richiedente asilo deve seguire per tentare di ottenere la protezione dello Stato italiano. Non so come questo iter funzioni negli altri paesi Schengen. Di sicuro alcuni di essi (e non parlo dell'Italia) sembra che finora non siano stati toccati né dal Cristianesimo prima, né dall'Illuminismo dopo.

N.B.
Tanto per essere chiari, su questo tema non pubblicherò commenti contrari al comune buon senso, e/o basati su luoghi comuni e/o distribuiti da polemisti dilettanti e professionisti. A garanzia della libertà di dis-espressione ci sono fin troppi soggetti reali e virtuali, come dimostrano gli esempi riportati in questo post.

venerdì 27 febbraio 2015

Frammenti di eclettica eleganza



Per motivi che non sto a spiegare e in attesa di dedicarmi a lavori più impegnativi, mi è capitato recentemente di occuparmi di architettura e, nell'osservare con attenzione alcuni elementi del passato, presenti a Trieste, emerge una sorta di sintesi armonica tra le diversità, che in arte, quando consapevolmente adottato come modello, viene definito "eclettismo" (dal greco ἐκλέγειν - λέγειν, raccogliere, scegliere, legato al prefisso ἑk).
Tale concetto chiaramente sfugge a quegli architetti postfuturisti-premoderni (termine forse improprio, ma che mi permette di esprimere il concetto) che, con il benestare dei rispettivi committenti, calpestano con totale assenza di empatia ciò che si trova sotto i loro piedi e, al pari, distruggono l'armonia che li circonda, creando una sorta di buco nero che l'osservatore, anche quello meno esperto, non riesce a colmare. Il risultato appare come un contenitore informe, in cui sono presenti oggetti sparsi senza alcun legame l'uno con l'altro.
Ed è la stessa sensazione che mi trasmettono (nonostante la buona fede di chi li ha ha coniati e li utilizza correntemente) gli epiteti multietnico, multireligioso, multiculturale, etc… dove il prefisso -multi, non suscita l'idea di armonia ma al contrario, indica mondi separati inglobati in un unica dimensione costrittiva.
Per questo motivo preferirei di gran lunga che nel linguaggio comune rientrasse con eleganza il termine eclettico, anche riguardo a Trieste, nella speranza che prima o poi le ferite (passate e presenti) vengano sanate ed emerga una volontà condivisa di fondere gli elementi migliori tratti dalle diverse culture che fortunatamente continuano ad animare la città.

N.B. Forse è superfluo, preciso tuttavia che le immagini sotto riportate non devono essere considerate immagini di architettura, bensì semplici interpretazioni personali di elementi architettonici.
Aggiungo inoltre che molti edifici, forse più rappresentativi dell'ecletticità della città, non sono stati inseriti per motivi di ordine visivo e semantico soprattutto: striscioni politici, bandiere, insegne luminose, elementi decorativi aggiunti in un secondo momento, elementi di disturbo (automobili, lampioni di dimensioni sproporzionate, misure di sicurezza, impalcature, etc...) impediscono una raffigurazione pulita dei soggetti.



Trieste palazzo del municipio fontana quattro continenti
In primo piano la Fontana dei quattro continenti (scult. Giovanni Battista Mazzoleni, 1754), con alle spalle il Palazzo del Municipio (arch. Giuseppe Bruni, 1877)
Trieste palazzo delle Poste
In primo piano la Fontana dei Tritoni (scult. Franz Schranz, 1899) e sullo sfondo il Palazzo delle Poste (arch. Friedrich Setz, 1894)
Trieste Chiesa di Santa Maria Maggiore barocco
Chiesa di Santa Maria Maggiore (arch., Giacomo Briani, Andrea Pozzo, 1682, successivamente ristrutturata)
Trieste Basilica di San Silvestro romanico
Basilica di San Silvestro (XII sec.)
Orologio municipio Trieste eclettico
Palazzo del Municipio (arch. Giuseppe Bruni, 1877)
Palazzo Dreher Trieste liberty
Palazzo Dreher (arch. Emil Bressler, Gustavo Pulitzer-Finaly, 1910)
Palazzo Aeden Trieste Grattacielo Rosso
Palazzo Aedes (arch. Arduino Berlam, 1928)
Palazzo Carciotti Trieste neoclassico
Palazzo Carciotti (arch. Matteo Pertsch, Giovanni Righetti, 1803)
Palazzo della Borsa Trieste neoclassico
Palazzo della Borsa (arch. Antonio Mollari, 1806)
Galleria Tergesteo Trieste
Galleria Tergesteo (arch. Francesco Bruyn, 1913)
Ex pescheria Trieste liberty
Ex pescheria (arch. Giorgio Polli, 1913)
Casa Smolars Trieste liberty
Casa Smolars (arch. Luigi De Paoli, 1906)
Trieste Palazzo della RAS
Palazzo della RAS (arch. Ruggero e Arduino Berlam, 1914)
Palazzo Gopcevich Trieste
Palazzo Gopcevich (arch. Giovanni Andrea Berlam, 1850)
Palazzo Gopcevich Trieste
Palazzo Gopcevich (arch. Giovanni Andrea Berlam, 1850)
Casa Smolars Trieste liberty
Casa Smolars (arch. Luigi De Paoli, 1906)

lunedì 2 febbraio 2015

Se fossi nata ai tempi della guerra

"Se fossi nata ai tempi della guerra, probabilmente non sarei qui" sono le parole pronunciate da una ragazza, circa due anni fa, dopo aver visto un documentario sull'Aktion T4, il programma di sterminio sistematico dei disabili fisici e psichici, perpetrato dal regime nazista in nome del mostruoso concetto di "purezza della razza", che tra il '40 e il '41 portò alla morte di più di settantamila persone, bambini inclusi (Qui si possono trovare molte informazioni dettagliate sull'argomento).
Queste parole, di per sé incisive, diventano una sferzata al cuore nel momento in cui a pronunciarle è una ragazza che soffre di disabilità intellettiva fin dalla nascita, come mi racconta Marco Tortul, regista della compagnia teatrale Oltre quella sedia che ieri, all'auditorium del Museo Revoltella, ha portato in scena lo spettacolo "Di segni e di passaggi", il cui tema centrale è proprio la tragedia dell'Aktion T4, nel contesto più ampio delle atrocità commesse dal regime nazista nei confronti di tutti quelli che lo stesso considerava degli "Untermenschen" (sub-umani) e nei confronti degli oppositori politici.
Lo spettacolo, allo stesso tempo commovente e per nulla scontato, ha visto l'alternarsi di momenti intensi di recitazione corporale e gestuale; racconti tratti dalla mostra "Scritte, lettere e voci: tracce di vittime e superstiti della Risiera di San Sabba", allestita presso il museo della Risiera stessa; immagini e video d'epoca; riprese realizzate di recente dalla compagnia alla Risiera di San Sabba e al museo ferroviario della Stazione di Sant'Andrea a Trieste, nonché riprese realizzate l'estate scorsa - durante il consueto stage annuale della compagnia - nella piazza centrale di Villa Santina dove, spiega Marco, "c'è una locomotiva storica, in funzione ai tempi della guerra, che è stata restaurata".
Il punto di partenza dello spettacolo (che fa parte della rassegna delle attività culturali organizzata dal comune di Trieste in occasione della giornata della memoria), nonché suo momento conclusivo è costituito dal riso, "in quanto speranza, in quanto positività". E la Risiera di san Sabba, osserva Marco, prima di diventare una fabbrica degli orrori fu "una fabbrica per la pilatura del riso", cioè l'ultima fase della preparazione del riso prima di essere messo in commercio.
Fabbrica degli orrori, fabbrica della speranza, due concetti di segno marcatamente opposto. Ed è proprio a partire dagli opposti che la compagnia triestina di teatro sperimentale ha iniziato a lavorare circa un mese fa, per mettere in scena "Di segni e di passaggi", inserendo man mano numerosi elementi significativi, quali "il telo rosso, che raffigura la coperta insanguinata", oggetto di uno dei racconti in mostra alla Risiera.
Per capire meglio lo spettacolo, la compagnia e il teatro ne parlo con alcuni dei protagonisti, che sono sicuramente più titolati di me a raccontarlo e a raccontarsi, per cui cedo loro volentieri la parola, nella speranza che la performance venga riproposta in altre occasioni e in altre parti d'Italia e ottenga il successo di pubblico che ha avuto ieri al Revoltella.

Partiamo da Maria Benedetta Pollucci, in arte Hollie, che si dice "contenta di fare teatro", di cui ama soprattutto “le scene, le canzoni, il corpo che si esprime, la possibilità di parlare, di comunicare, di stare assieme”. Poi mi racconta che l'ideatore dello spettacolo è Marco (si riferisce al regista, Marco Tortul) e che la performance di oggi le è piaciuta molto.
“Cosa in particolare ti è piaciuto in particolare dello spettacolo?”, le domando.
Mi risponde, senza esitazione: “La mia parte, soprattutto quando ho buttato il riso”.
“E che significato ha per te questo gesto di buttare il riso?”
“Un passo avanti, un passo avanti”.

Anche Debora Parisato, da quasi quattro anni attrice della compagnia teatrale di Oltre quella sedia, ama molto il teatro perché, spiega, “mi permette di esprimermi, di fare conoscenze, di far capire agli altri come siamo noi”.
Molti i momenti belli dello spettacolo appena concluso, secondo Debora: quello di apertura, dove la protagonista era Deborah stessa, i momenti di gruppo, ma anche quello in cui una sua compagna faceva dondolare uno specchio, “a segnare il tempo che passa” e il finale, dove “la nonna racconta alla nipote la vita passata, la sua storia”. Il senso dello spettacolo è molto chiaro, dice Debora, quello di “pensare alle persone che non ci sono più, che comunque sono esistite, hanno lasciato un segno, il segno della vita che rinascerà”, un modo per dire “anch'io sono esistito e ti lascio un segno”.

L'ultimo degli intervistati è Pavel Berdon che fa teatro da cinque anni e conta al suo attivo varie esperienze: dal teatro sloveno di Trieste, passando per Sežana, alla Bussola dell'attore e all'Atto V, nonché alcuni laboratori. Da qualche mese recita insieme con la compagnia Oltre quella sedia.
“Ti trovi bene con la compagnia?” gli domando.
“Sì, sì molto bene. Si lavora molto bene, Marco [Marco Tortul, il regista, ndt) è molto bravo. Si lavora duro, ma questo è positivo: sia per motivi caratteriali che per costituzione fisica, lavorare molto sul corpo mi piace”.
“Oltre a lavorare sul corpo, c'è qualcos'altro che ti piace del teatro?”
“ Immedesimarmi in un altro personaggio (che può essere simile a me o diverso) ovviamente nei limiti che si può osare, è una cosa che mi diverte. E ovviamente quando c'è il pubblico è molto soddisfacente. Provare ed esibirsi davanti al pubblico sono entrambi soddisfacenti ma c'è una differenza, la stessa che passa tra registrare un disco e cantare ad un concerto.”
Passando allo spettacolo appena concluso Marco mi racconta che essendo sloveno, conosce bene gli eventi tragici che hanno colpito il suo popolo, oltre ovviamente agli ebrei e ad altri, durante la seconda guerra mondiale. Ciò gli ha permesso di “entrare subito nell'atmosfera”, in cui hanno giocato un ruolo non indifferente “la musica, il palcoscenico, le coreografie e la recitazione”.
“Il prossimo appuntamento?” gli chiedo al termine dell'intervista.
“Domenica prossima alle 17.30 a di Roiano”.

Avete capito? Domenica 8 febbraio, ore 17.30 presso il teatro del ricreatorio di Roiano. Non mancate!


Performance teatrale Aktion T4
Oltre quella sedia Aktion T4
Oltre quella sedia Aktion T4
Oltre quella sedia Aktion T4
Oltre quella sedia Aktion T4
Oltre quella sedia Aktion T4
Oltre quella sedia Aktion T4
Oltre quella sedia Aktion T4
Oltre quella sedia Aktion T4
Oltre quella sedia Aktion T4

giovedì 22 gennaio 2015

La parola ai "matti"

Parto da un'osservazione fatta da Anita Eusebi, durante una recente conversazione, relativamente ad Antonio Staiano, trovato senza vita nel suo letto, il 6 gennaio scorso, fra le mura dell'ospedale psichiatrico giudiziale di Aversa, come riportato nell'articolo "Giustizia: un altro internato muore in cella come un cane… e gli Opg restano aperti", edito su "Forum salute mentale".
Dice Anita a riguardo: "noi fuori tante belle parole, chiacchiere, libri, film, applausi, convegni, ... e intanto dentro si continua a morire. Direzione, l'ennesima proroga [il differimento della chiusura degli OPG, ndr]."
Le parole di Anita, in tutta sincerità, mi hanno creato un certo malessere, dovuto al fatto che anch'io faccio parte di quel "noi" che a volte partecipa ai "convegni", legge e commenta "libri", guarda e commenta "film", sporadicamente "applaude", più spesso fotografa e si indigna per tragedie come quella accaduta al signor Staiano, "l’ultimo di una lista con altre quindici persone, di età compresa tra i ventotto e i cinquantotto anni, morte (suicidio, malattia e uno per omicidio) negli Opg di Aversa, Barcellona Pozzo di Gotto, Castiglione, Napoli e Reggio Emilia, a partire dal momento in cui, nel 2012 è stata decisa la loro chiusura", (cit. Dario Stefano dell'Aquila, 13 gennaio 2015 su Napoli monitor).
E ciò che più mi disorienta, in tutto questo preambolo, non è il fatto che di tragedie come questa se ne parli (anzi, forse se ne parla troppo poco) ma, come spesso accade per "i matti" in generale (il libro "La repubblica dei matti" di John Foot pubblicato di recente da Feltrinelli, è solo l'ultimo degli esempi) a parlare di "matti" siamo sempre "noi", i cosiddetti "normali".
Ma i "matti", invece? In quali occasioni li vediamo pubblicamente prendere la parola, senza bisogno che qualcuno porga loro il microfono, o la telecamera, o l'obiettivo della macchina fotografica? La risposta a questa domanda, che mi crea non poco imbarazzo (e mette un po' in discussione tutto quello che con "i matti" ho fatto finora), è semplice: in casi del tutto eccezionali.
Una di queste "eccezioni alla regola" è costituita dal gruppo teatrale"Accademia della follia", che "seguo" (appunto, "io=noi" versus "loro", contraddizione evidente) da due anni. Lì sono i matti, con tutte le loro difficoltà, a prendere la parola, quotidianamente e ognuno secondo le sue possibilità. Un modello di democrazia? Assolutamente no! Avete mai visto una compagnia teatrale "democratica"? Ma l'Accademia non è neanche un parco giochi, dove le persone si "parcheggiano" perché non hanno di meglio/altro da fare. E' invece una compagnia teatrale che forma attori e li porta sul palcoscenico, come è accaduto dal 20 al 23 gennaio alla sala Bartoli del Politeama Rossetti di Trieste, con lo spettacolo Obelix e Asterix, scritto e diretto da Claudio Misculin.

Francesca Hagelskamp
Barbara Busdon
Viktor Guraziu
Accademia della Follia Politeama Rossetti
Accademia della Follia Politeama Rossetti
Accademia della Follia Politeama Rossetti
Accademia della Follia Politeama Rossetti
Giuseppe Denti
Claudio Misculin Politeama Rossetti
Accademia della Follia Politeama Rossetti
Accademia della Follia Politeama Rossetti
Accademia della Follia Politeama Rossetti
Accademia della Follia Politeama Rossetti
Accademia della Follia Politeama Rossetti