lunedì 9 dicembre 2013

Eppur si muove

Ci sono temi di cui, normalmente, nel mio blog non parlo, vuoi perché non li ritengo interessanti, vuoi perché sono sufficientemente agli onori della cronaca e un commento in più o in meno non credo faccia la differenza. Allo stesso tempo, mi rendo sempre più conto che non è in gioco solo l'argomento in sé, ma anche la prospettiva da cui lo si affronta.
Così, ieri pomeriggio ho assistito, in veste di semplice spettatrice, alla manifestazione dell'M.T.L (Movimento Trieste Libera), nato due anni fa e che rivendica per Trieste lo status di Territorio Libero, sulla base del trattato di pace che l'Italia firmò nel 1947 con i paesi vincitori della II Guerra mondiale. 
La legittimità o meno delle rivendicazioni del movimento non è qui in discussione perché scena, proscenio, palco, quinte e loggione sono, da questo punto di vista, piuttosto sovraffollati: alcuni hanno già espresso un giudizio, molti una semplice opinione, altri ancora si sono prodigati in insulti poco lusinghieri (per chi li ha formulati, soprattutto). Non parlerò nemmeno di quanti erano presenti in corteo perché la lotteria non mi è mai piaciuta e dare i numeri tanto meno.
Ciò che, invece, mi preme mettere in evidenza sono altri aspetti, sulla base di quello che ho potuto vedere durante la manifestazione di ieri e sulla base di altre considerazioni pregresse.
Innanzitutto si tratta di un movimento di protesta che, analogamente ad altri movimenti sparsi un po' in tutta Europa (quella meridionale soprattutto), dà voce a quelli che continuano (fortunatamente direi) a considerare la piazza non come un luogo in cui ci si sporca la faccia scolpita dal chirurgo o le scarpette "Clark", ma come un luogo di aggregazione, dove è giusto scendere quando l'andazzo generale diventa intollerabile. E la situazione generale del momento, checché ne dicano gli showman della politica, è caratterizzata da una serie di elementi non certo idilliaci: la crisi economica e la conseguente disoccupazione (quarantenni e cinquantenni compresi), l'inadeguatezza dei partiti politici, in un mondo globalizzato, a sostenere gli interessi dei propri cittadini prima di tutto; la svendita del patrimonio pubblico (spesso al peggior offerente) da parte di una classe dirigente che ha scelto il liberismo come strada maestra; l'assottigliarsi dello stato sociale nelle sue componenti fondamentali (scuola, e previdenza in primis); l'assenza di progetti politici concreti, tesi allo sviluppo economico e ad una più equa distribuzione delle ricchezze.
In secondo luogo, si tratta di un movimento pacifico, molto vario in termini di età, estrazione sociale, orientamento politico, in cui la presenza femminile, almeno alla base, non è certo trascurabile.
Apprezzabili, in modo particolare, due elementi: l'enfasi data, nel corso della manifestazione, alla necessità dello sviluppo del porto (in quanto porto) come strumento imprescindibile per lo sviluppo di Trieste; la lettura - durante il comizio finale al magazzino 26 del Porto Vecchio (***) - di un proclama sia in italiano che in sloveno, indice, quest'ultimo, di un approccio che a Trieste soprattutto, è cosa più unica che rara data la persistenza di movimenti e di soggetti che, contro ogni evidenza, continuano a fare da portavoce a concetti un po' vetusti e, se posso aggiungere, un po' noiosetti, come quello di italianità, appartenenza nazionale, etc… A dar concretezza a questo approccio la distribuzione di volantini e la raccolta fondi per la creazione di un asilo multilingue (italiano, sloveno, inglese e tedesco) da parte dell'associazione TRIESTNGO. La nota stonata, in questo contesto, l'accento posto su una sorta di "triestinità di nascita o di origine" che cozza un po' contro la multiculturalità che, al di là degli slogan, era visibile nei volti di alcune persone scese ieri in piazza. Altresì ho trovato eccessiva la parola "ultimatum" (diretta all'Italia) perché contraria al clima di dialogo e di apertura che, invece, i partecipanti trasmettevano.
Ciò detto, questo movimento, insieme ad altre realtà più o meno nascoste e più o meno sconosciute, contribuisce a sfatare un mito: quello di una Trieste immobile, in agonia, se non definitivamente passata a miglior vita. Come, dove, quando e perché questo mito sia nato è questione aperta e non sicuramente risolvibile in un blog. Una cosa è certa: se ci si limita a quanto riportato da certa stampa che preferisce usare il teleobiettivo, contare le teste dei manifestanti, annotare gli slogan dei megafoni sui taccuini, piuttosto che andare in mezzo  alla gente ad ascoltare quello che ha da dire e ad osservare quello che fa, questo mito è destinato a lunga vita.
Non sono riuscita, ieri, a parlare con la gente, a domandare a qualcuno: "scusa, perché oggi sei qui a manifestare invece che portare tuo figlio alla fiera di s. Nicolò?" e mi dispiace, pur consapevole del fatto che non ho quattro mani: due per fotografare e altre due, di riserva, per annotare appunti. Ma in mezzo alla gente sono scesa comunque e, quanto segue, è un piccolo spaccato di quello che ho visto.

Manifestazione Movimento Trieste Libera Stazione di Sant'Andrea
Manifestazione Movimento Trieste Libera Rive
Manifestazione Movimento Trieste Libera Stazione di Sant'Andrea
Manifestazione Movimento Trieste Libera Rive
Manifestazione Movimento Trieste Libera Rive
Manifestazione Movimento Trieste Libera Porto Vecchio
Manifestazione Movimento Trieste Libera Stazione di Sant'Andrea
Manifestazione Movimento Trieste Libera Rive
Manifestazione Movimento Trieste Libera Rive
Manifestazione Movimento Trieste Libera Rive
Manifestazione Movimento Trieste Libera Piazza Unità
Manifestazione Movimento Trieste Libera Stazione di Sant'Andrea

Per ragioni derivanti dalle imposizioni della "Lady di Ferro" (Margaret Thatcher? No, lei era un agnellino in confronto alla legge sulla Privacy) alcune immagini molto belle ho preferito non inserirle. Che dite? Gli impedimenti alla libertà d'espressione sono un guadagno o una perdita?

(***) Il Porto Vecchio di Trieste è il tema di una pagina dedicata: Il Porto Vecchio di Trieste.

martedì 19 novembre 2013

A proposito di "Zoran, il mio nipote scemo"

Domenica 15 novembre 2013 al cinema Giotto di Trieste è stato presentato il film "Zoran, il mio nipote scemo", una co-produzione italo-slovena. Presenti in sala il regista, Matteo Oleotto e due degli interpreti: Giuseppe Battiston e la giovanissima Doina Komissarov.

Giuseppe Battiston Matteo Oleotto
Matteo Oleotto
Giuseppe Battiston
Giuseppe Battiston Matteo Oleotto

Protagonista del film è Paolo Bressan (interpretato da Giuseppe Battiston), un quarantenne del Goriziano, cinico, bugiardo e dedito all'alcool che, alla morte della zia slovena Anja Kovač "riceve in eredità" il nipote della stessa, Zoran Špacapan (interpretato da Rok Prašnikar), un ragazzo molto naif, ma estremamente abile nel gioco delle freccette, destinato inizialmente a passare i suoi giorni in una casa famiglia in Slovenia, in compagnia del suo cane di porcellana, Helmut.
La trama del film è nota e si può trovare ovunque su Internet e sulla carta stampata. Lo stesso per quanto riguarda il cast e i personaggi, quindi non mi voglio soffermare troppo su questi punti. Ciò che mi preme invece è mettere in risalto una serie di elementi del film che, a mio parere, lo fanno emergere brillantemente “dal mucchio” delle innumerevoli produzioni cinematografiche in circolazione.
Ambientato interamente nel Goriziano, il lungometraggio di Oleotto riesce a descrivere con dovizia di particolari, con ironia e con molta eleganza nello stile l'atmosfera che si respira in una zona depressa di provincia, forse più “al confino” che “al confine”, come di fatto il Goriziano è. Qui le due lingue e culture protagoniste (quella italiana e quella slovena) si tengono a distanza nei modi che ben conosciamo: l'uso non certo elogiativo del termine “jugo” (diminutivo di Jugoslavija) per indicare la Slovenia, gli sloveni, la lingua slovena; l'impiegata slovena che parla in sloveno ad un italiano; la storpiatura dei nomi da parte italiana (Anja diventa Anna, Zoran diventa Zagor) ma anche da parte slovena (Bressan diventa Brešan).
Ma questa è solo una faccia della medaglia, quella più superficiale. In realtà nel film, equilibrato specchio della vita di tutti i giorni, le due culture si mescolano, come nel caso della ex moglie di Paolo (interpretata da Marjuta Slamič) che di nome fa Stefania ma di cognome Marinčič e di Paolo stesso che, oltre ad aver sposato una donna slovena, ha in Slovenia una zia, Anja, che gli portava i wafer quando era piccolo.
A simboleggiare questa mescolanza culturale interviene anche il coro di Doberdò del Lago che canta in dialetto goriziano, in friulano ed, infine, anche in sloveno, quando Zoran interpreta una canzone dal titolo “Oče naš” (Padre nostro) dedicandola alla nonna morta.
Inequivocabile poi, in questo contesto, il messaggio che il film vuole trasmettere nel momento in cui Paolo si reca in Slovenia a casa della zia morta e lo fa, non attraversando uno degli ex valichi confinari della zona, bensì percorrendo in barca l'Isonzo (Soča), il fiume che unisce le genti che vivono su entrambe le sue sponde.
Un film politically correct? No, nella maniera più assoluta. Il senso di disagio e anche di repulsione che suscitano i frequentatori abituali di osterie traspare in tutta la sua crudezza nel protagonista, Paolo, che riversa tutta la sua insoddisfazione personale nel vino, nelle menzogne, nel disprezzo per chi gli sta intorno, come Ernesto (interpretato da Riccardo Maranzana), il collega balbuziente e credente, cui riesce a dire: “Se sei mona e credi in Dio crederai nel Dio dei mona” (che tradotto in italiano significa “se sei un cretino e credi in Dio crederai nel Dio dei cretini).
Antagonista al personaggio di Paolo è ovviamente Zoran, il nipote “scemo” che ricorda molto da vicino “L'idiota” di Fedor Dostoevskij ma con le debite varianti locali, dove all'origine slovena e contadina della famiglia fa da contraltare l'uso, da parte del ragazzo, di un italiano aulico appreso leggendo due romanzi “capolavori” del tutto sconosciuti ("Lacrime di fanciulla" di Enrico Kosulich e "Lampi sull'Isonzo" di Giulio Previati).
L'umanità del ragazzo, la sua semplicità, la sua apertura nei confronti del mondo e la benevolenza che riceve dagli altri sono in totale antitesi con il brutale cinismo di Paolo che tiene con sé il nipote solo per sfruttarne l'abilità nel gioco delle freccette e farsi i soldi e che, in un crescendo di momenti drammatici, riesce a farsi malvolere da tutti quelli che gli stanno intorno. Questo fino alla crisi finale, l'infarto, che lo colpisce dopo una bevuta oltremisura, reazione compulsiva al rifiuto da parte della ex moglie. Quest'episodio catartico, anche grazie alla presenza di Zoran, permette a Paolo di rimettersi in discussione e di uscire dal circolo vizioso in cui si era ridotta la sua vita di bevitore d'osteria.
E proprio l'osteria, quella di Gustino (interpretato da Teco Celio), è l'ultimo, grande protagonista del film e non solo una semplice ambientazione. Un'osteria dal tipico volto goriziano, con le botti di vino accatastate, le uova sode sul bancone, i tavoli e le sedie dimessi, i clienti abituali che passano il loro tempo a giocare a carte e a ubriacarsi di vino bianco o di Terrano (vino rosso carsico dal sapore asprigno e fruttato). Qui, la scenografia utilizzata è molto più prossima al teatro che al cinema, quasi a voler simboleggiare la centralità del luogo, “il teatro”, appunto, in cui e attorno a cui gravitano i personaggi e le loro vicende. La presenza, in questo contesto, di Ariella Reggio (che interpreta Clara, la mamma dell'oste Gustino), non fa che accentuare questa dimensione.
Per quanto riguarda la fotografia, l'utilizzo prevalente di primi piani, di cui almeno una parte della filmografia abbonda in modo spesso insensato e controproducente, in questo caso non è andato a scapito della pellicola, grazie soprattutto all'espressività degli artisti, Battiston e Prašnikar in modo particolare, e grazie all'ottima sceneggiatura che consente allo spettatore di comprendere l'ambiente circostante senza bisogno di inquadrature più ampie.

Concludo con un caldo invito ad andare a vedere questo lungometraggio, suggerimento rivolto sia a chi vive tra Italia e Slovenia ma anche e soprattutto agli altri, affinché si facciano un'idea del Goriziano e di alcuni suoi tratti distintivi. Aggiungo inoltre un'osservazione che  mi sta a cuore: se c'è un lavoro che riesce davvero a uscire dagli stereotipi e a presentare, seppur ovviamente in forma di fiction cinematografica, quella realtà che spesso viene falsata ad arte dalla politica con la p minuscola e dalle sue conseguenti strumentalizzazioni da "curva sud", questo è proprio "Zoran, il mio nipote scemo", a cui mi sento quindi di augurare tutto il successo che si merita.

mercoledì 13 novembre 2013

Obelix & Asterix al Teatro Goldoni di Venezia

"Obelix e Asterix" è il titolo dell'ultimo lavoro dell'Accademia della Follia, andato in scena in anteprima nazionale, il 10 novembre 2013, al Teatro Goldoni di Venezia.
La compagnia teatrale triestina è riuscita in poco più di tre mesi a dare corpo ad una pièce teatrale esilarante e ironica in cui non mancano momenti drammatici e persino commoventi, il tutto accompagnato da canti, musica, danza e performance acrobatiche.
Punti di forza dello spettacolo sono indubbiamente il corpo vocale, cioè l'uso della voce e del corpo in tutte le sue manifestazioni, caratteristica di tutti gli interpreti, nonché la versatilità degli attori, soprattutto dei principali protagonisti, che riescono a ricoprire ruoli diversi anche grazie a un ben congegnato cambio di costumi.
Scritta e diretta da Claudio Misculin, la commedia si compone di due tempi, in cui la contrapposizione tra un gruppo di "irriducibili" galli e i romani guidati da Giulio Cesare si fa emblema delle contraddizioni profonde del mondo moderno, caratterizzato da una propensione al denaro, al benessere, alla carriera, al progresso a tutti i costi, all'irresponsabilità e mediocrità premianti, che è riuscita a scuotere profondamente la società nelle sue fondamenta. Si è persa con ciò, come puntualizza il regista, la centralità dell'individuo, fulcro di quella rivoluzione che Franco Basaglia aveva avviato all'interno dei manicomi e che, però, aggiungo, lì è rimasta ahimé confinata.
In particolare i personaggi dello spettacolo possono essere suddivisi in due gruppi fra loro antagonisti: i romani, cioè i conquistatori, e i galli che alla conquista romana cercano in tutti i modi di resistere. Un terzo gruppo è costituito dagli schiavi che, stanchi di essere sfruttati dai romani, accettano di buon grado la pozione magica offerta loro da Asterix e Obelix per ribellarsi. Questo all'apparenza. Infatti, la dialettica fra i tre gruppi è destinata a trasformarsi nel corso degli eventi, a causa del progresso, che i romani vogliono esportare a tutti i costi nel villaggio gallico, e a cui qualcuno non sa resistere. Tale progresso, nella fattispecie, è rappresentato dal "Regno degli Dei" un complesso residenziale-turistico che, su ordine di Cesare, l'architetto Angolacutus fa costruire nella foresta armoricana, proprio accanto al villaggio di Asterix e Obelix.
Guidati da Giulio Cesare, i romani sono l'emblema delle distorsioni della società globalizzata e individualistica. La volontà di conquista, l'arrivismo, la mediocrità dei potenti, la strafottenza mista a vigliaccheria dei quadri, la stupidità generalizzata, la pubblicità-spettacolo, il divertimento idiota, il guadagno facile, il turismo di massa la fanno da padroni e vengono rappresentati da personaggi diversi: Giulio Cesare, l'architetto Angolacutus, il centurione Plusquamursus, i legionari, il giullare dell'arena di "VeRoma", la coppia che, al circo massimo, vince alla lotteria, i romani che vanno in villeggiatura nel Regno degli Dei e, successivamente, fanno visita al villaggio indigeno.
I galli, sotto la guida di Abracourcix, rappresentano la parte sana della società, quella che ancora crede nel concetto di comunità e che si ribella con intelligenza e arguzia alla visione del mondo che i romani cercano di imporre con la forza. Le cose, però, non sono così semplici, primo perché i loro possibili alleati, gli schiavi, cedono al compromesso coi romani; secondo perché il benessere e il progresso funzionano egregiamente come specchio per le allodole anche nel loro caso, creando dissapori e rivalità. Il trionfo, alla fine, del buonsenso può essere visto in vari modi: io lo vedo come un'auspicio, per quei pochi che resistono all'andazzo generale, a non cedere e a continuare nella loro lotta contro i non valori di una non società destinata a venir distrutta come fu quella romana, per ragioni molto simili.
Gli schiavi, capeggiati da Numida, sono un po' il simbolo dei lavoratori fin dai tempi dei tempi. Sfruttati nel peggiore dei modi, non fanno nessun tentativo di affrancarsi da soli, nemmeno quando acquistano forza grazie alla bevanda magica donata loro dai galli che riesce solo a dare l'avvio a un timido tentativo di ribellione. Preferiscono, infatti, scendere a patti con i romani barattando la propria liberazione con il completamento dei lavori: l'abbattimento della foresta e la costruzione del primo edificio del Regno degli Dei. Troppo tardi si accorgeranno che le briciole concesse dai romani saranno insufficienti a garantire loro la mera sopravvivenza. E l'amore rappresenta solo una piccola parentesi nella miseria più totale.


Personaggi principali ed interpreti sono:
Asterix, interpretato da Giuseppe Feminiano
Obelix, interpretato da Dario Kuzma
Giulio Cesare, interpretato da Giuseppe Denti
Numida, il capo degli schiavi, interpretato da Donatella di Gillo
Claudius Ilulio Mattissimus, il narratore, interpretato da Claudio Misculin
Angolacutus, l'architetto romano, interpretato da Gabriele Palmano
Abracourcix, il capo dei Galli, interpretato da Ana Dal Bello
Panoramix, il druido, interpretato da David Felipe Murcia Gonzalez
Plusquamursus, il centurione, interpretato da Claudio Misculin.



Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti
Accademia della Follia Festival dei Matti

domenica 27 ottobre 2013

Che fine ha fatto Marco Cavallo?

Quando a dicembre dell'anno scorso, dopo tantissimo tempo, sono risalita all'ex o.p.p., la prima domanda che mi sono posta è stata proprio questa: "Che fine ha fatto Marco Cavallo?". Il riferimento è al cavallo azzurro di cartapesta che, nel 1973, uscì dai cancelli del manicomio di Trieste e, insieme ai suoi creatori, agli operatori sanitari, ai volontari e ai pazienti ricoverati, percorse in lungo e in largo le strade cittadine.

Marco Cavallo
Marco Cavallo

“Perché Marco Cavallo ha la testa mozzata? Chi gli ha mozzato la testa?” Le domande sono sorte spontanee ma le risposte tardano tuttora a venire. La questione non è così semplice come potrebbe sembrare oppure è molto più scontata di quello che si potrebbe immaginare. Fate voi. Una cosa è certa: Marco Cavallo non è solo il simbolo della liberazione dei “matti”, è anche e soprattutto il simbolo della “libertà” in generale, è il simbolo di un periodo di cambiamento che ha visto protagonista un pezzo intero di società che, progressivamente e con le debite (non poche) eccezioni, si è col tempo “normalizzata”, mi verrebbe quasi da dire “istituzionalizzata”. E il microcosmo dell'ex manicomio è, da questo punto di vista, paradigmatico.
È vero che i cancelli sono stati aperti, gli “alienati” liberati dalle maglie della camicia di forza manicomiale ed il Parco di San Giovanni è diventato parte integrante della città, con l'insediamento di cooperative sociali, di alcuni dipartimenti universitari e del museo dell'Antartide, e con il nevrotico via vai di automobili a tutte le ore del giorno. Allo stesso tempo, però, la scritta “La libertà è terapeutica” è stata cancellata mentre "la verità è rivoluzionaria" sente su di sé lo scorrere inesorabile del tempo, come l'edificio su cui è impressa e come altre palazzine presenti nel Parco, in evidente stato di degrado.

La verità è rivoluzionaria
Ex ospedale psichiatrico di San Giovanni
Il contrasto evidente tra gli edifici in rovina e quelli ristrutturati recentemente che convivono nell'ex o.p.p. evoca, senza ombra di dubbio, la netta cesura tra le aberrazioni del passato, il manicomio, e la supposta normalità del presente, universo eclettico multiforme fatto di residenze psichiatriche, uffici del DSM, università, cooperative, etc... Allo stesso tempo, però, non fa altro che amplificare la sensazione di un grande vuoto temporale, di un grande assente: quello degli anni '80, dove a San Giovanni l'alabarda triestina del "no se pol" (non si può) poteva solo suscitare ironia.
E proprio per colmare questo vuoto, almeno in parte, parlo con Guillermo, uno degli ideatori e dei conduttori di Escuchame, programma che va in onda ogni venerdì pomeriggio sulle frequenze di Radio Fragola e di cui ho parlato nel post precedente (Escuchame).

Guillermo Giampietro

Guillermo, nato e vissuto a Rosario in Argentina (città natale di Ernesto Che Guevara) arrivò a Trieste nell'89 come tanti altri volontari che, anche prima di lui, venivano da tutto il mondo in questa città di provincia e di confine perché attirati dalla grande trasformazione in atto all'ospedale psichiatrico.
L'interesse di Guillermo per la follia è nato grazie a un cartone animato poco conosciuto in Europa, "Three Stooges" e si è sviluppato, successivamente, con la lettura di Freud e Jung, nonché con l'avvicinamento all'arte dadaista e surrealista.
Dal '79 all'83, durante gli anni di una delle dittature più brutali della seconda metà del '900, Guillermo fece parte di "Cucaño", un gruppo di giovanissimi artisti che si esibivano in performance sperimentali di musica, teatro, mimo, dal netto carattere sovversivo, come quella messa in atto, a sorpresa, durante la messa in una delle chiese più reazionarie di Rosario nel 1982. In quell'occasione, fingendosi infermi, fanatici religiosi o mendicanti, i ragazzi misero in scena una sequenza di eventi che generarono il caos totale, con lo scopo di portare la situazione all'estremo, alla rottura completa. Guillermo e un amico furono portati in commissariato di polizia, interrogati e lasciati andare non prima però che intervenisse il papà di una ragazza del gruppo, ex commissario di polizia.
Espulso da scuola per aver svolto un tema dal titolo "Cosa significa essere un giovane argentino" in modo non proprio ortodosso e contrario alle aspettative del regime, Guillermo continuò a occuparsi di arti visive, pittura, teatro, disegno fino ad approdare a Trieste.
"Perché proprio Trieste?" gli chiedo. "Perché per noi Trieste era un mito". Trieste un mito? Quella città che Franco Basaglia nel '77 definiva "una città fatta di pensionati in cui la gioventù scappa...", quella città era diventata nel frattempo, grazie proprio a Basaglia, un mito per molti giovani in tutto il mondo che in massa arrivavano per partecipare a una rivoluzione che nasceva nella psichiatria, ma la cui portata andava ben al di là, in un'epoca dove altri movimenti interagivano nella prospettiva di un forte cambiamento della società intera.
Una settantina erano i volontari ospitati al padiglione M dell'ex o.p.p. alla fine degli anni '80. Guillermo, oltre a seguire Ferdinando, l'esperto matematico di "Escuchame", si occupava del laboratorio d'arte e serigrafia che, fra le varie cose, ha realizzato la maglietta che riporta la frase "da vicino nessuno è normale".
Negli anni '80 c'era spazio per tutti a San Giovanni, per tutti quelli che avevano voglia di fare, questo è quello che traspare dalle parole di Guillermo.
Radio Fragola stessa, emittente radiofonica comunitaria, nasce nel 1984 in uno spazio messo a disposizione dal Dipartimento di Salute Mentale. Ora la Radio, dopo alterne vicende, vive un momento di grossa crisi e le sue trasmissioni continuano ad andare in onda solo grazie alla passione di una quarantina di volontari coordinati da Lucia e da Edi.
Altre realtà, come quella della cooperativa Lister (vedasi il post Lister (prima parte)), nascono come evoluzione di laboratori di sartoria e di maglieria nati sempre nello stesso periodo. E lo stesso credo si possa dire di tutte le altre cooperative - che però non conosco - presenti all'ex o.p.p.
Per finire, l'Accademia della Follia, gruppo teatrale di fama internazionale, nasce nel 1992 come evoluzione del laboratorio teatrale ideato e diretto dal 1976 da Claudio Misculin che continua, nonostante le difficoltà in cui versa in questo momento un po' tutto il mondo della cultura, a portare avanti il suo progetto artistico insieme con il resto della compagnia: Charlie, Donatella, Dario, Pino, Beppe, Ana, David, Tadeu, Cinzia (vedasi a tal proposito il post Obelix & Asterix – Presentazione generale)
Tutto questo però non colma il vuoto che ho percepito e percepisco percorrendo in lungo e in largo le strade e stradine dell'ex manicomio. C'è qualcosa che mi sfugge. Forse dovrei parlarne con Marco Cavallo, lui sì saprebbe darmi le risposte che cerco. Ma si è fatto tardi oggi, Marco è stanco, e allora lo lascio andare a casa, in buona compagnia.

Accademia della Follia

sabato 19 ottobre 2013

Escuchame

Escuchame non è un semplice programma radiofonico da ascoltare, né una performance teatrale cui assistere. E' qualcosa di più, è un'esperienza da vivere. Come un vortice dai colori cangianti e dalla voce ovattata, ti strappa dal mondo finito del reale, ti inghiotte e ti trascina nell'universo dell'immaginario, dove tutto, inaspettatamente, diventa possibile. Qui la follia, storico spauracchio per i benpensanti, trova la sua vera dimensione come fonte inesauribile di sapere, ironia, umorismo.
Ideato, diretto e magistralmente orchestrato dal Titolare Ignoto (Guillermo Giampietro) e da Margherita Antivulgaris (Lara Baracetti), Escuchame vede fra i suoi protagonisti il filosofo Raffaello Cirpio (Giovanni Paronuzzi), l'esperto matematico Ferdinando, l'artista dell'immaginario nonché esperto di cosmo e di natura Diego Porporati, l'esperto musicale Intercamalemelont (Samuel Codarin). Grazie ad essi musica, scienza, filosofia, medicina, poesia, ambiente, politica si intrecciano in una trama sconfinata che ti avvolge e ti fa completamente perdere l'orientamento della normalità confinata in se stessa e schiava di quel raziocinio che, per propria natura, non può non essere antitetico alla libertà.

Inglobante Universale Escuchame
Inglobante Universale Escuchame
Inglobante Universale Escuchame
Inglobante Universale Escuchame
Inglobante Universale Escuchame
Inglobante Universale Escuchame
Inglobante Universale Escuchame
Inglobante Universale Escuchame
Inglobante Universale Escuchame
Inglobante Universale Escuchame

Escuchame va in onda ogni venerdì pomeriggio, dalle 17.30 alle 18.30 sulle frequenze di Radio Fragola. Una voce poetica mi ha sussurrato all'orecchio che gli ospiti sono sempre molto graditi.

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giovedì 10 ottobre 2013

Traum vai

Immaginate una giornata d'autunno. Immaginate di trovarvi in mezzo alle risaie della Cina e sentire lo scroscio della pioggia. Immaginate le sensazioni che vi pervadono anima e corpo.
Questo è Traum vai, una lunga poesia che si dipana attraverso le fitte maglie della musica.
Traum in tedesco vuol dire sogno. Il tramvai è invece uno dei simboli di Trieste, città in cui sono nati i due conduttori del programma, Taiping e Andrea.
Il gioco di parole, tra sogno e viaggio, ci porta ad esplorare il mondo musicale nella sua totalità, in un alternarsi di assonanze e analogie che sembra crearsi da solo, quasi per incanto.

Traum Vai Radio Fragola
Traum Vai Radio Fragola
Traum Vai Radio Fragola
Traum Vai Radio Fragola

Il programma va in onda ogni martedì alle 18.00 su Radio Fragola. Il tema della prossima settimana sarà la dualità che, in una città di confine come Trieste / Trst, ha un significato e una valenza ben precisi.

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mercoledì 9 ottobre 2013

And the lord said

And the lord said "Wanted dead or alive", riferendosi a Guglielmo, Igor e Mitja opportunamente schedati (non senza complicità del resto) dall'occhio della fotocamera in mano alla sottoscritta.
Un programma divertente, frizzante, eclettico, che prende il nome da un gruppo punk degli anni '70. Ma non solo di punk si parla nella trasmissione condotta dai tre deejay.
Volete saperne di più, vero?
...Suspance...
Siete curiosi di capire quali generi musicali vengono proposti?
...Suspance al quadrato...
Non ce la fate a resistere?
...Suspance al cubo...
E allora non vi resta altro che sintonizzarvi su Radio Fragola ogni lunedì alle 20.00 e scoprirlo da voi! Il successo è garantito, la delusione solo un lontano ricordo.

And The Lord Said Radio Fragola
And The Lord Said Radio Fragola
And The Lord Said Radio Fragola
And The Lord Said Radio Fragola
And The Lord Said Radio Fragola
And The Lord Said Radio Fragola

Una parola conclusiva di ringraziamento ai tre deejay che mi hanno fatto ascoltare in diretta radiofonica "Crueza de ma", uno dei pezzi che amo di più di Fabrizio de André, e che quindi ripropongo.



Dal canto mio, sperando sia cosa gradita, ricambio con un altro grande pezzo di Faber, mai così d'attualità come di questi tempi.



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