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lunedì 13 luglio 2015

A letter from Srebrenica

Srebrenica, 11 july 2015


Hi,
My name is Salih and I'm writing this letter to you, because I was asked to by a lady with green eyes, who I met today. I can't resist green eyes because they are green, as my beloved land is.
My birth certificate says I'm almost 37 (I was born on 11th November, 1978). I have two brothers, Fikret and Rifet: the first one is 40, the second one is 38.
None of us is married, none of us has kids, none of us has a job. We are sad souls who are wandering around the world for twenty years now, looking for justice, looking for peace, looking for hope, looking for life.
Once we went to America, and stayed there for a while, curled up in a little corner of a big glass palace. There we saw well-dressed people spending hours discussing issues that didn't concern them, people who never reached a conclusion, because there was always somebody, ready to say "No!".
"We'll get no justice here", said Fikret, my oldest brother. "I'm going to look for peace. You, Rifet, go and look for hope. And you, little brother, go and find life for all of us."
So Fikret went to Europe, to a place named Peace, where some komšija (neighbors) were talking about our land. But there was no peace, in the palace named Peace: there was only war in the executioner's eyes.
Rifet went to Africa where there were many people with a lot of hope. But, on the North Coast, he had to give up: hope was drowned in thousands of faceless shadows in the profound darkness of the Mediterranean Sea.
As for me, I went to Asia, down to the Barada river. "I've found the source of life", I said to Fikret and Rifet. "Come over and see with your own eyes!" But they came too late: the river had already turned into bloody red.
"There is no justice, there is no peace, there is no hope, there is no life in this world", whispered Rifet. "What can we do now?"
"We can't do anything," answered Fikret. "Just go and help those who need us."
So, today we arrived in Trieste, where some friends were waiting for us.
They were all dressed in white. Some of them spoke my language and some didn't. But this is not important. It's important what we said all together: "Don't forget Fikret, Rifet, Salih; don't forget all those souls, who are still wandering around the world, without justice, without peace, without hope, without life; don't forget those 8 3 7 2 men and children, who were brutally killed twenty years ago in the Silver Town."

I would like to say much more, but it's late and I have to go. Mom's calling me: she waited so long and now she wants to talk with me.

Goodbye,
Salih.





Commemorazione Srebrenica Trieste 2015
Commemorazione Srebrenica Trieste 2015
Commemorazione Srebrenica Trieste 2015
Commemorazione Srebrenica Trieste 2015
Commemorazione Srebrenica Trieste 2015
Commemorazione Srebrenica Trieste 2015

mercoledì 15 aprile 2015

Modern times

A journey to the dark side of today's Europe

This is a three-years unfinished “diary” I kept during my trips here and there in Europe, especially in Italy, Serbia and Bosnia-Hercegovina. The diary is focused on modernity and it's key features, which are likely to be found, to a greater or lesser extent, in any part of the Continent.
Chaos and confusion can be seen everywhere, as well as places and people left behind, standing in isolation and desolation, covered by a toxic cloud of apathy and indifference.
Air pollution, environmental disasters, degradation of public buildings, factory closures, the strengthening of far-right movements, the increase in the number of homeless people and asylum-seekers are just some examples of that dark side of today's Europe which are noticeable from the South to the North, from the East to the West. My aim was simply to show them.

martedì 9 luglio 2013

Jagomir

Oggi mi piomba addosso tutta la pesantezza delle storie che ho sentito, dei posti che ho visto e di quelli che non ho avuto il coraggio di vedere. Ma ho un appuntamento con una persona davvero speciale, quindi mi alzo alle 7, bevo caffè bosniaco (schifosissimo perchè ancora incapace di prepararlo comediocomanda) ed esco di casa, non prima di aver controllato tre volte di aver spento i fornelli elettrici e di non aver lasciato sulla piastra ancora calda il pentolino dell'acqua. "Ma chi se ne frega?" Sì, lo so, me lo dico da sola ma faccio davvero fatica a scrivere in questo momento e da qualche parte dovevo pur iniziare.
Comunque, dopo quaranta minuti di camminata in salita arrivo a Jagomir, la clinica psichiatrica di Sarajevo che, adagiata sulla collina e immersa nel verde, assomiglia, in scala ridotta, all'ex manicomio di San Giovanni, a Trieste (una scritta sul tetto di un edificio in rovina riporta l'anno 1916).
Mi riceve il primario, il dottor Ferid Mujanović, un uomo di cuore, si capisce solo a guardarlo nei suoi grandi occhi celesti. E mi conforta sapere che al mondo esistono ancora persone che ti accolgono nella loro casa senza domandarti niente se non il nome e il motivo per cui hai deciso di arrivare proprio lì. Gli spiego, un po' in slovenocroatodiomiperdoniloscempiolinguistico, un po' in inglese, il progetto che sto seguendo e, con molta partecipazione, acconsente.
Ha qualche minuto a disposizione e mi racconta un po' la storia dell'ospedale psichiatrico. Prima della guerra la struttura ospitava circa trecento pazienti. Ora i posti letto sono 70, secondo il modello della nuova psichiatria che (sintetizzando) prevede il ricovero solo in casi effettivamente necessari e per una durata non superiore ai trenta giorni. Nell'ospedale ci sono tre reparti, uno per le donne, uno per gli uomini, e un'unità di cure intensiva, oltre a degli spazi destinati ad attività ricreative, dove i pazienti si incontrano, parlano, ascoltano musica.
Chiedo al medico se conosce Franco Basaglia. Domanda idiota, risposta affermativa.
Nel 1992 i pazienti ricoverati a Jagomir furono cacciati a forza dall'ospedale e spostati a Bjelave, vicino all'ospedale principale di Koševo, in un asilo chiamato "Fiori felici", un edificio, mi spiega il primario, in buone condizioni ed in una posizione da cui era possibile procurarsi cibo e altri beni di prima necessità. Una cinquantina di pazienti cronici, tutti adulti, vissero nella struttura provvisoria, insieme al dottor Ferid e a pochissimi altri operatori per i lunghi anni della guerra, in condizioni che non riesco nemmeno lontanamente ad immaginare.
"I rapporti di vicinato erano buoni", continua il dottor Mujanović, "e capitava anche che i pazienti venissero accolti nelle case degli abitanti della zona."
La dottoressa Amira (anche lei con i pazienti per tutta la durata dell'assedio) aggiungerà in seguito che era vero anche il contrario: la gente del posto andava nella struttura per rifornirsi di acqua, per telefonare, per guardare la televisione.
"La cosa stupefacente", mi dice la dottoressa, "è che in quei quattro anni nessuno di noi si è ammalato, nè fra i pazienti nè fra il personale sanitario". E questo nonostante il fatto che l'unico cibo a disposizione fosse costituito da riso, pasta, lenticchie e mais. "I problemi sono arrivati dopo," mi spiega, "perché il metabolismo non era più lo stesso. Ci ho messo del tempo a normalizzarlo".
Dopo che i pazienti e il personale sanitario furono mandati via da Jagomir, l'ospedale si trasformò in un campo di prigionia, di smistamento, di morte. Una targa, sull'edificio principale dice (mi perdonino i lettori di madrelingua serbocroata per la traduzione): "Per non dimenticare, perché non si ripeta - Questo edificio, conosciuto con il nome di Jagomir, nel periodo 1992-1995, è stato utilizzato dagli aggressori della Bosnia Erzegovina e dai loro collaborazionisti locali come campo in cui i civili di Nahorevo e di altre parti della municipalità "Centar" venivano reclusi e poi uccisi o mandati in luogo ignoto".
Insieme a un altro medico vado a visitare un edificio in rovina, dove un tempo erano ospitati i pazienti e dove, successivamente, hanno piazzato il loro culo gli "aggressori", per uccidere gente o per mandarla al campo di Vogosca (vedasi Witness Says Guards Helped Him Survive Jagomir, che riporta una testimonianza).
Intorno all'ospedale, su per le colline, mi spiega il medico, ci sono ancora probabilmente delle mine e non è il caso di andarci. Gli chiedo se lui durante la guerra, era insieme ai pazienti. "No", mi risponde, "io ero arruolato fra il personale sanitario (nota - dell'esercito croato-musulmano), ma con il fucile in spalla". "Ha conosciuto Radovan Karadžić?" gli domando con una certa esitazione, riferendomi al periodo precedente la guerra, quando Karadžić esercitava come psichiatra. "Come no", mi risponde, "giocavamo a scacchi insieme. Era uno non particolarmente simpatico, nè particolarmente speciale. Uno come gli altri."
Scendendo da Nahorevska e risalendo dall'altra parte della strada si può notare l'ospedale infantile, un edificio che sembra nuovo di pacca. Proprio sotto, quello che resta di qualcosa che assomiglia anch'esso a una struttura ospedaliera, composta da tre/quattro edifici. Intorno, però, solo automobili che salgono e scendono, nessuno a piedi cui domandare. C'è scritto, su uno degli edifici, che è severamente proibito entrare, ma questa volta ho deciso di non scappare. In seguito mi diranno che gli edifici in rovina fanno parte dell'ospedale infantile, che per fortuna era stato evacuato.
Ospedale infantile Sarajevo
Ospedale infantile Sarajevo
Ospedale infantile Sarajevo


Resta per me aperta una domanda alla quale non riesco a dare una risposta: "Come si sopravvive a una guerra?" Le persone che ho conosciuto cercano di dimenticare oppure di raccontare le loro storie, per scaricare il peso che portano addosso. 

Almir

Almir, ad esempio, che ho conosciuto sabato sera, tiene un diario dove scrive poesie
con una grafia così accurata che da sola esprime la bellezza della persona. Questa che riporto è la poesia numero 29, datata 19/07/2013 ore 9.35. Ringrazio tantissimo Zorica per l'aiuto nella traduzione e ringrazio altrettanto Sandra per aver scattato la foto della poesia e avermi quindi dato la possibilità di trascriverla qui.

Maloljetni borci


Bili su dječaci, ali
dobri momci
bez straha su jurišali
maloljetni borci.

Umjesto igre na ulica
a rovu su hrabro stajali
ze iedinu domovinu
svoje živote davali

A pola noći a po dana
sa puškom u ruc
čuvali su Bosno ti
mladi vuci.

Izgubili mladost izgubili
sve od države u zaborav
gube se tako danas žive
maloljetni borci Bosanske Armije

Jedina su pomoć sami sebi
dragi bog što ih s neba
gleda za sreću in tako
malo treba kriško hljeba
i komad Bosanskog neba.

(traduzione italiana)
Erano ragazzini, ma
bravi ragazzi
senza paura sono partiti all'attacco
i giovani combattenti.

Invece che giocare in strada
hanno coraggiosamente innalzato barricate
per una sola patria
hanno dato la vita.

Di notte e di giorno
con il fucile in mano
hanno difeso la Bosnia
questi giovani lupi.

Hanno perduto la giovinezza, hanno perduto tutto
sperduti nell'oblio dello stato
così vivono oggi
i giovani combattenti dell'esercito bosniaco.

In se stessi trovano l'unico aiuto
e in Dio che dal cielo li guarda
hanno bisogno di così poco per essere felici:
un pezzo di pane
e un pezzo di cielo bosniaco.

Remzija

Per Almir non è semplice, come non è semplice per Remzija, di Iljaš, che soffre di sindrome post traumatica e lo conosco all'ospedale di Jagomir. La commemorazione dello sterminio di Srebrenica è stato troppo forte per lui e, di conseguenza, è stato ricoverato nel reparto uomini della struttura.
Prima della guerra lavorava in una fabbrica di automobili, poi è stato arruolato nell'esercito e per quattro anni ha combattuto a Tuzla nel II Korpus, in una brigata di 120 soldati. E' stato ferito e mi mostra le cicatrici sulla schiena e sul piede.
"I miei problemi sono iniziati già durante la guerra", mi dice, "con il rumore degli elicotteri e le granate." "La guerra mi è entrata nella testa".
Remzija ha 56 anni, una moglie e due figlie gemelle di sedici anni, e per tutta la famiglia c'è solo la sua pensione, di circa 300 marchi, più 40 marchi che riceve come aiuto dall'associazione degli invalidi di guerra della Bosnia ed Erzegovina.
Lui non può guardare la tv perché gli fa male, ma mi suggerisce di guardare il film "Bitka na Sutjeski" - una memorabile battaglia durante la seconda guerra mondiale, come quella sulla Neretva. Lo farò, senz'altro, appena torno in Italia.


Abdulah

Un'altra storia è quella di Abdulah, uno dei pochi "veri" artigiani che oramai restano nella Baščaršija, il centro storico della città, che risale all'epoca del governo ottomano. Mi offre un caffè bosniaco e iniziamo a parlare, io in sloveno, lui in bosniaco-serbo-croato-montenegrino o come si voglia chiamare quella che una volta era un'unica lingua e si chiamava serbocroato, come dice Abdulah stesso.
Gli chiedo cosa ne pensa lui del totale menefreghismo dimostrato dalla comunità internazionale durante la guerra. Mi dice, come altri han fatto prima di lui in questi giorni, che tale indifferenza era intenzionale, come intenzionale era l'arrivo di Mitterand a Sarajevo il 28 giugno del 1992 (il 28 giugno è il giorno di San Vito, ricorrenza cara al popolo serbo, che celebra (?) la sconfitta subita nella battaglia di Kosovo polje da parte dei turchi nel lontano 1389). "Perché intenzionale?" gli chiedo. Semplicemente perché in un mondo globalizzato la concorrenza deve sparire e la Jugoslavija unita poteva costituire un serio concorrente.
Gli domando poi cosa pensa del fatto che le donne musulmane portino il velo. Mi risponde che il velo è stata una reazione alla guerra, un modo per ricreare un'identità che era stata distrutta. Può essere, ma c'è qualcosa che non mi convince: la stragrande maggioranza delle donne che indossano il velo in questa città sono giovani e giovanissime. Non capisco. Conosce Trieste Abdulah, e persino Gorizia dove ha partecipato al festival del folklore e dove non ha potuto non notare la scritta "Naš Tito" sulla cima del versante sloveno del monte Sabotino.
Continua a credere, nonostante tutto, nonostante abbia combattuto come volontario durante la guerra, che la diversità sia una ricchezza. E lo dice con la stessa espressione di tutti gli altri uomini che ho conosciuto in questi giorni, l'espressione di chi ha capito forse il senso della vita.
Abdulah è un musicista, ed è anche un artigiano. Lavora il rame, per farne degli oggetti unici: orecchini, vassoi, caffettiere, tazzine, orologi da muro, braccialetti. L'ho visto lavorare per tutto il pomeriggio e ne sono rimasta incantata, forse perché è davvero tanto tempo che non vedo nessuno (cecità mia probabilmente) impiegare le mani per qualcosa che non sia virtuale, in tutti i sensi.


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lunedì 8 luglio 2013

Il mercato di Markale

Il mercato di Markale Sarajevo"Chi ha fatto cosa e perché", questa è la domanda che mi sono posta in questi giorni. Sono venuta qui con la mia "verità", memore dei servizi televisivi e degli articoli di giornale che, tra il '92 e il '96 hanno documentato la guerra in Bosnia, oltre che dei libri che sono stati scritti su questa tragica vicenda. Ma adesso, parlando con le persone, mi rendo conto che di "verità" (o di miti?) ce ne sono molte, esattamente tante quante sono le persone che incontro. Il dato di fatto è che ad assediare Sarajevo fu l'esercito serbo-bosniaco. Ma, per quanto riguarda il resto, sembra tutto una supposizione.
Il mercato di Markale SarajevoDico "sembra" perché i racconti non coincidono. Persino "i colpi di mortaio sparati sul mercato di Markale nel '94 e nel '95", mi dice un amico, "sono oggetto di controversia." "Del resto", continua, "quando vivi in stato di guerra, l'unica tua preoccupazione è quella di difenderti, di proteggere la tua persona, non certo quella di stabilire chi ha sparato e da dove". Non gli posso dare torto. Tuttavia, per una questione di puro buon senso, mi viene da escludere in maniera definitiva e categorica la teoria dell' "autolesionismo musulmano" che ha iniziato a circolare fin da subito. Non posso pensare, con tutta sincerità, che si sia trattato di una sorta di "omicidio/suicidio collettivo" finalizzato a orientare l'opinione pubblica, e la politica delle superpowers soprattutto, in una certa direzione. Un'ipotesi del genere è talmente inverosimile che istintivamente penso ai suoi ideatori come a dei carnefici codardi che tentano di scaricare le proprie responsabilità sulle vittime.
Riguardo alla strage di Markale e alle costruzioni "mitologiche" che sono state fatte, rimando all'articolo di Azra Nuhefendić, Al mercato di Markale. Per quanto mi riguarda, sarò passata davanti al mercato almeno una decina di volte e, altrettante, sono scappata via, vigliaccamente. Anche oggi pomerigggio, nonostante ci sia poca gente, non riesco a dare prova di molto coraggio, mentre passo tra le bancarelle. Mi manca il respiro e me ne vado, di nuovo.

Postilla
Approfitto, su spinta di un'amica, per fare alcune precisazioni. Quando utilizzo il termine "musulmano" mi riferisco a quella parte della popolazione discendente da coloro i quali, al momento della conquista della Bosnia da parte dei turchi (1463), decisero di abbracciare la fede islamica. Le ragioni di tale conversione furono diverse. Oltre a quelle di carattere religioso, a memoria mi vengono in mente i seguenti motivi: conservare i diritti acquisiti (ad esempio quello di mantenere i propri terreni ed i titoli nobiliari, o quello di portare le armi); evitare il prelevamento forzato dei figli (devscirme), prassi di cui parla anche Ivo Andrić ne "Il ponte sulla Drina". I musulmani di Bosnia furono dichiarati una delle nazioni costitutive della Repubblica socialista federativa di Jugoslavija, nel 1971, sulla base della decisione del comitato centrale del partito comunista della Bosnia Erzegovina del 1968. Per tutta la durata della "Federativna" non era per niente comune vedere le donne indossare il velo, nè era comune l'affollamento delle moschee al venerdì. Adesso le cose sono cambiate e non passano inosservate, per le strade di Sarajevo, le donne che indossano il velo e altre (poche, almeno per il momento), vestite di nero da capo a piedi, che - così mi viene detto - hanno sposato uomini venuti in Bosnia dall'Arabia saudita e dintorni. Oppure, mi dice un'altra persona, le donne vestite di nero vengono dal Pakistan e da altri paesi per insegnare alle donne musulmane di qui. Cosa, non lo so.
Mentre faccio una pausa nel parco centrale vedo due ragazze con il velo. Mi dicono che vengono da un paese straniero. Domando se sono qui in viaggio o per studio. "No", mi rispondono in inglese "viviamo qui". Preferisco non approfondire.
"E' una cosa davvero strana per noi", mi dice un'amica. "Non eravamo abituati a tutto questo". Il mio interesse si trasforma in stupore quando entro in un grande centro commerciale e scopro che, fra gli scaffali delle bibite, troneggiano centinaia di bottiglie di quella nota bevanda che in Toscana si beve "hon la hannuccia horta", ma non c'è traccia di alcoolici da nessuna parte. Sempre la mia amica mi dice che il detto centro commerciale appartiene a una ditta indonesiana, il che mi chiarisce l'assenza totale di "pivo" nel supermercato. Infine, mi racconta anche che, durante il Ramadan, ci sono colleghi e colleghe, ligi ai dettami del rito di purificazione, che non mangiano e non bevono dall'alba al tramonto e che, nonostante questo, vanno al lavoro tutti i giorni. Anche i bambini sono sottoposti allo stesso rito, a prescindere se il Ramadan cade durante il periodo scolastico. Ribadisco e sottolineo: prima della guerra tutto questo non esisteva. Perché, invece, adesso esiste? Non sono in grado di esprimere alcun giudizio in materia.


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giovedì 4 luglio 2013

Butmir - Tunel Spasa

Sarajevo ButmirAfferro al volo la troika (non quella di Madame Merkel & co, ma il tram numero 3), che dalla Baščaršija porta a Ilidža, un quartiere periferico di Sarajevo. Lungo lo stradone che conduce a Butmir solo una signora, che porta con sè due borse della spesa. Cammina piano, con la lentezza dei vecchi, con sofferenza. Le chiedo se vuole un aiuto e lei accetta volentieri. Guardandomi intorno mi accorgo che, a differenza del centro, le case portano ancora i segni evidenti della guerra. "Era tutto distrutto" mi dice la signora. "Adesso hanno ricostruito ma non è più come una volta". Mi mostra la casa dello studente, nuova di pacca, che con il contesto di borgo di campagna non c'entra nulla. Ma va bene così, dice lei.
Sarajevo Butmir
Sarajevo Butmir
Dopo circa un'ora di tragitto arrivo nei pressi della casa dalla quale, durante la guerra, era possibile accedere al tunnel, la casa della famiglia Kolar. Tre autobus pieni di turisti stazionano davanti all'edificio. Aspetto, pazientemente, che il luogo si svuoti, almeno un po'. Mi guardo intorno e osservo l'andirivieni degli aerei che partono ed atterrano a Sarajevo.
La casa dei Kolar è a uno sputo dall'aeroporto, saranno 500-1000 metri, non di più. Il tunnel, scavato in tutta segretezza, collegava durante la guerra le due parti libere della città, Butmir e Dobrinja e permetteva alle persone di passare da una parte all'altra, portando cibo e altro materiale (armi incluse). Il bellissimo articolo di Azra Nuhefendić, Il tunnel di Sarajevo, racconta tutta la storia del tunnel della speranza, pertanto non aggiungo altro, se non alcune immagini scattate all'interno, con la schiena piegata e un dolore fortissimo all'altezza dei reni, a significare, forse più di tutto il resto, le sensazioni che si provano nell'attraversarlo.
All'uscita della casa Kolar mi imbatto in Izmal, un signore di 70 anni circa, cui domando il motivo per cui Butmir è stato così bersagliato. Mi dice che il paese era letteralmente circondato dai četnici (le truppe serbe che assediarono Sarajevo dal '92 al '95). Gli spari arrivavano dall'aeroporto (fino alla fine del '92), da Ilidža, il borgo vicino, dalla collina di fronte a Butmir.
Butmir SarajevoMi congedo da Izmal con un "vse najboljše" (buona fortuna) e un "žal mi je" (mi dispiace). Mi dispiace di cosa? Mi dispiace di non aver fatto niente, mi dispiace che la Bosnia sia stata devastata e non aver fatto niente, mi dispiace di essere stata una stupida ventenne spettatrice di un orrore, senza aver fatto niente. Di questo mi dispiace. E mi dispiace che la comunità internazionale, insieme a me e prima di me, non abbia fatto niente per impedire i crimini che sono stati commessi. Fin da ragazzini ci viene inculcato il senso di colpa per i crimini commessi dai nazisti durante la seconda guerra mondiale, un senso di colpa che non serve a niente, perché di matrice religiosa e non laica. Un senso di colpa che dovrebbe invece chiamarsi senso di responsabilità e che dovrebbe riguardare non quelli che sono venuti dopo, ma quelli che, come me, e come i tanti tedeschi durante il nazismo, non hanno fatto niente per impedire gli orrori che venivano commessi sotto i loro occhi. Piango perché è l'unica cosa che posso fare in questo momento e quando vedo transitare i trasfertisti della NATO con orologi che sembrano tanto dei rolex, mi vergogno del mondo in cui vivo, mi vergogno di un'Europa incapace (volutamente?) di intervenire in un conflitto che ha massacrato 500.000 persone, stuprato migliaia di donne, causato almeno un milione di profughi. Si, mi vergogno.

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