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sabato 25 gennaio 2014

An episode in the life of an iron picker

In Bosnia Erzegovina, paese martoriato tra il 1992 e il 1996 da una guerra a tutti purtroppo ben nota, che ha visto dimezzati i posti di lavoro nel settore industriale (passati dal 44% di prima della guerra all'attuale 19,5%), dove gli occupati costituiscono solamente il 32% della popolazione attiva, e dove la politica di "ricostruzione" ha privilegiato le liberalizzazioni e deregolamentazioni al fine di attrarre capitali dall'estero, non tutti hanno diritto all'assistenza sanitaria.
Più di 600.000, secondo la stampa locale, sarebbero le persone senza assicurazione sanitaria, più del 16% della popolazione totale. Si tratta, per lo più, di disoccupati, di lavoratori in nero, o di occupati i cui datori di lavoro, però, non versano i contributi previdenziali.
Sebbene la legge prescriva l'obbligo di prestare le prime cure in casi di emergenza e, di conseguenza, il diritto di ricevere assistenza, a prescindere se si dispone o meno di un'assicurazione, tale diritto può venir meno se il concetto "prime cure" viene interpretato in modo diverso a seconda della struttura e/o del personale di turno.
Può quindi accadere che una donna in stato di gravidanza si senta male, vada al Pronto soccorso, le venga diagnosticato un aborto spontaneo, le venga sì fermata l'emorragia ma non le venga praticato il raschiamento né al primo accesso né, dopo qualche giorno, al secondo perché priva di assicurazione sanitaria. Non disponendo - questa la giustificazione ufficiale - dei mezzi finanziari sufficienti per coprire il costo dell'intervento chirurgico (980 marchi bosniaci, pari a circa 490 euro), l'ospedale può richiedere alla donna di pagare di propria tasca "la parcella". Ma la donna può non disporre di questa cifra, può quindi rischiare la setticemia, può quindi rischiare di morire.
È questo l' “Episodio nella vita di un raccoglitore di ferro”, realmente accaduto, di cui parla il bellissimo film del regista Danis Tanović – titolo originale “Epizoda u životu berača željaza”, trad. "An episode in the life of an iron picker" - vincitore, al Festival del Cinema di Berlino nel 2013, del Gran premio della giuria, nonché dell'Orso d'Argento assegnato a Nazif Mujić, il protagonista maschile del film.
Film d'apertura della venticinquesima edizione del Trieste Film Festival, il lungometraggio di Tanović - in lizza nella prima short list di nove pellicole per la nomination all'Oscar quale miglior film straniero - ripercorre passo per passo l'accaduto, descrivendo con cura e attenzione non solamente l' Episodio centrale, ma l'ambiente in cui vivono i protagonisti della vicenda che, nel film, interpretano se stessi.
Senada e Nazif sono marito e moglie e vivono, insieme alle due figlie, Šemsa e Sandra, in un piccolo appartamento in un paesetto della provincia di Tuzla. Senada si occupa delle bambine, pulisce la casa, lava i panni nella vasca, prepara la "pita" al formaggio, mette la legna, raccolta e tagliata da Nazif, nello "spaghert"; della cucina per riscaldare la casa, per cucinare, per riscaldare l'acqua.
La famiglia vive (o sarebbe meglio dire sopravvive) grazie a Nazif, il cui "lavoro" consiste nel raccattare ferro dalle discariche a cielo aperto o da automobili destinate alla rottamazione e venderlo nei centri di raccolta.
Il tran tran quotidiano viene bruscamente interrotto dal malore di Senada e dalle ingiustizie e umiliazioni che la donna è costretta a subire quando entra nella struttura sanitaria che dovrebbe assisterla ma che le nega l'assistenza perché priva di assicurazione e del denaro necessario per sottoporsi all'intervento. Solo facendosi prestare la tessera sanitaria dalla cognata, che vive in un'altra città, e spacciandosi per la cognata stessa nell'ospedale del luogo, Senada riuscirà finalmente a farsi operare e, con ciò, ad aver salva la vita.

Ho dimenticato di dire che la famiglia Mujić è Rom? No, non l'ho dimenticato, ho preferito semplicemente aggiungere questa informazione dopo aver raccontato i fatti, in modo da permettere al lettore di immedesimarsi in questa tragica vicenda, senza farsi condizionare da eventuali pregiudizi che, ahimè, non permettono, anche se in buona fede, di approcciarsi in modo obiettivo alla realtà.
Rom Sarajevo
Una realtà che ho potuto, seppur in piccola parte, vedere con i miei occhi durante il periodo trascorso qualche mese fa a Sarajevo, dove ho conosciuto alcuni raccoglitori di ferro e/o loro familiari, come Mira, che vive a Gorica (il quartiere dei Rom, quello in cui Emir Kusturica andava a scuola), che prima della guerra faceva la pulitrice mentre adesso è senza lavoro. Il marito, carrozziere ai tempi della Jugoslavija, ora è costretto a raccogliere e vendere ferro per portare qualche soldo alla famiglia. Niente sussidi, niente pensioni, solo il contributo per la nipotina, che in luglio ha compiuto tre anni.
Rom SarajevoE come non parlare di una bellissima donna come Almedina che, quando sono andata a trovarla, mi è venuta a prendere alla stazione degli autobus e mi ha offerto “pita”, caffè e anguria. Almedina che, insieme al marito, ogni santo giorno prende l'autobus per andare a Sarajevo e dintorni a rovistare in mezzo ai cassonetti delle immondizie, in cerca di tutto ciò che può essere rivenduto. "Ho paura delle infezioni, delle malattie, non tanto per me ma per i miei figli" mi ha detto quando le ho chiesto cosa prova, come si sente quando "lavora". Il marito, che ha lavorato dieci anni in Germania, si rimprovera ripetutamente di aver deciso di rientrare in Bosnia da dove non può uscire perché non dispone del denaro sufficiente.
Rom Sarajevo
Ma Almedina e Mira sono fortunate perché hanno una bella casa che curano come un gioiello. Almedina ha anche i genitori che ogni tanto le danno una mano. Non lo stesso discorso vale invece per una coppia di profughi dal Kosovo che vivono senza acqua e senza riscaldamento insieme a tre figli in un tugurio con i buchi nel pavimento, sotto il ricatto costante dei "capò" di turno e della “burocrazia dell'immigrazione”. Con un carrello della spesa percorrono ogni giorno chilometri e chilometri a Sarajevo e fuori, alla ricerca di quel preziosissimo ferro che, come mi spiega il capofamiglia, viene pagato 1 marco bosniaco (50 centesimi di euro) per 10 kg.
E che dire infine di quella giovane donna che, nei pressi della stazione delle corriere di Vogošća, ho visto un giorno immersa nel bidone della spazzatura alla ricerca di qualcosa da poter riciclare, mentre il figlio più grande domandava la carità e il figlio neonato riposava fra le braccia del padre? Credo che qualsiasi parola in più sarebbe superflua.

Rom Sarajevo

Certo, la Bosnia Erzegovina è molto più di questo: è un paese straordinario dove, chi ci è stato, non può non provare il desiderio di tornarci una, dieci, cento volte. Ma la Bosnia Erzegovina è anche questo, un paese molto povero, come ben racconta il film di Tanović, già autore di "No man's land" che vinse il Premio Oscar nel 2002 come miglior film straniero.


Per dovere di cronaca e spinta da curiosità personale ho cercato notizie riguardo alla famiglia protagonista del film sui giornali on-line bosniaci. In sintesi, dopo aver conseguito l'Orso d'argento quale miglior attore al Festival di Berlino nel 2013, Nazif Mujić è stato assunto nel complesso del “Lago Pannonico” di Tuzla in veste di animatore turistico. Dopo breve tempo, però, l'uomo ha rinunciato all'incarico perché lo stipendio (650 KM), stando a quanto dichiarato da egli stesso alla stampa, copriva a malapena le spese di vitto e trasporto e non gli garantiva un'assicurazione sanitaria adeguata. Ha quindi accettato l'impiego di operatore ecologico presso i parchi della città di Lukavac con uno stipendio di circa 1000 KM al mese, sufficienti anche a coprire le spese sanitarie. Tuttavia, riporta il giornale klix.ba, il 4 dicembre scorso Mujić è stato licenziato per assenteismo dal Comune di Lukavac. L'uomo, insieme con il resto della famiglia – notizia del 24 gennaio riportata da 24sata.info – si trova adesso in Germania, dove vive da circa due mesi e dove ha presentato richiesta di asilo politico. La richiesta è stata respinta in quanto – questa la motivazione – “la povertà non costituisce motivo sufficiente per ottenere un permesso di soggiorno”. La famiglia Mujić dovrà quindi lasciare la Germania entro il 9 marzo di quest'anno.

Dei raccoglitori di ferro e della comunità Rom ho parlato estesamente in altri post del blog, raccolti qui.


NOTA per i viaggiatori italiani: solo in alcuni specifici casi gli accordi governativi in essere coprono le spese sanitarie nel caso di un viaggio nella terra di Andrić e di Selimović. Il Ministero della Salute suggerisce, in tutti gli altri casi, di procurarsi un'assicurazione privata poiché nemmeno il pronto soccorso rientra in convenzione.

lunedì 15 luglio 2013

Waste pickers a Sarajevo

A Sarajevo non ci sono i contenitori per il vetro, la carta, la plastica, ma la raccolta differenziata si fa anche qui. Sì, però al contrario. B., 38 anni, di Priština, e la moglie D., nata a Kosovska Mitrovica, di 35 anni, profughi dal Kosovo, si guadagnano da vivere frugando fra i rifiuti, alla ricerca di plastica, vetro, ferraglia, vestiti usati, per poterli poi rivendere da qualche parte.
Li incontro a Koševo alle nove e mezza di sera, mentre sono fermi sul marciapiede, con il carrello del supermercato, pieno di cianfrusaglie: un'antenna della tv rotta, jeans, un phon, un ammasso che sembra tanto polistirolo. B. parla un po' d'italiano perchè ha girato l'Italia in lungo e in largo ma, alla fine, è stato cacciato con regolare foglio di via. Vivono in una casa di L. K., con quattro figli e due cani. Orgogliosamente B. mi mostra la foto del figlio maschio sul cellulare.
Il giorno successivo vado a trovarli. Ho appuntamento con loro alle 3 circa. Nell'attesa approfitto per fare due scatti alla casa chiusa con il lucchetto in cui, mi dicono i vicini, vivono.
Dopo un'ora e mezza di attesa non vedo arrivare nessuno. "Probabilmente", mi dico, "saranno in giro a frugare fra i rifiuti, come fanno tutti i santi giorni. Ma di lì a poco mi vengono incontro tre bambini e mi fanno entrare in casa: i genitori li avevano avvisati che sarei venuta.
Cammino sui grossi tappeti di lana nella cucina e, di tanto in tanto, sento il piede che affonda con la sensazione quasi di sprofondare. Nella casa non c'è riscaldamento e nemmeno acqua. "Per fortuna", mi dice D., la mamma, "una vicina ci permette di riempire le taniche che poi utilizziamo per lavarci, per cucinare, per bere, per lavare i piatti." Le poche volte che cucinano usano uno spaghert fuori casa. Normalmente comprano qualcosa di pronto da mangiare, perché costa meno. Mamma e papà dormono in cucina, mentre i bambini in salotto.
B. e D. non sanno né leggere né scrivere: non sono mai andati a scuola. Come dicevo prima si guadagnano da vivere raccattando cose nei bottini della spazzatura. "Il ferro", dice B, "mi viene pagato 1 marco per 10 chilogrammi." Una volta a settimana un gruppo di persone arriva a casa loro per acquistare il ferro. Non ricevono nessun sussidio da parte dello stato, se non 50 marchi (25 euro) al mese per la bambina più piccola. D. e i figli godono dello status di rifugiati politici mentre B. non ce l'ha, per motivi che non posso spiegare. La figlia più grande ha sedici anni ed è già sposata, ma vive con i genitori, non con il marito. Gli altri bambini vanno tutti a scuola, eccetto la più piccola, che ha quattro anni e che mi mostra la foto di classe della sorella. Quando i genitori sono al lavoro i bambini se ne stanno soli a casa, in compagnia dei cani: Simba e Kimba.

Si è ormai fatto tardi e decido di andare via, con il proposito di ritornare il giorno successivo...

Torno a casa di B. e D. intorno alle 10 di mattina. La casa non è chiusa con il lucchetto, segno che - mi dice una loro amica - sono a casa ma stanno ancora dormendo. La donna bussa ripetutamente finché D., ancora assonnata, apre la porta. Anche le bambine sono in piedi mentre il papà e il fratello dormono in camera da letto.
Mentre la mamma prepara il caffè converso un po' con l'amica di famiglia, Almedina, e vengo a sapere che anche lei, insieme con il marito, si guadagnano da vivere frugando fra le immondizie. Non vivono a Sarajevo, bensì a Iljaš, in una casetta in affitto in aperta campagna. Ogni giorno si fanno 30, 40 chilometri per andare a cercare fra i rifiuti. Ma questa è un'altra storia.
Oggi è il giorno in cui un gruppetto in furgone viene a comprare il materiale raccolto faticosamente da B. e D. E proprio questo gruppetto, appena mi vede, inizia a fare domande direttamente a me, con un fare molto poco rassicurante. Su invito di D. mi astengo dal fare fotografie (a parte un paio rubate) ed entro in casa con lei. Avrei voluto continuare a seguire la famiglia di B. e D., ma sempre a causa di questo gruppetto non è stato possibile. Pare abbia fatto pressioni perché me ne stessi alla larga. Le ragioni le posso solo immaginare.

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mercoledì 10 luglio 2013

Tra miti e leggende

Gorica Sarajevo"Gli italiani fregano, rubano, sono mafiosi, ciarlatani, nullafacenti." Di fronte ad un'affermazione del genere qualsiasi abitante del "bel paese" si indignerebbe e avrebbe tutte le ragioni del mondo per farlo. Di conseguenza anche Fadila ha tutte le ragioni di indignarsi quando sente parlare dei gitani come di gente sporca, cialtrona, che ruba, che non manda i figli a scuola. Lei, che ha quarantatré anni, lavora sei ore al giorno come pulitrice per un'organizzazione internazionale e guadagna 400 marchi (200 euro) al mese, che arrotonda come può facendo pulizie per le case di privati. Conosce benissimo l'inglese ed è fiera ed orgogliosa di mostrarmi la casetta a due piani (splendente come casa mia non sarà mai - Mauri rassegnati) in cui vive con la madre, il marito e due figli, entrambi regolarmente iscritti a scuola: la più grande, di sedici anni, frequenta la scuola economica e vuole studiare criminologia all'università. Il più giovane, invece, segue le orme del nonno e sta frequentando la scuola di falegnameria e design. Le chiedo come sono i rapporti con gli "altri". Mi dice che non sono facili, che le persone hanno molti pregiudizi nei confronti dei gitani e mi fa l'esempio della figlia che a scuola ha ottimi voti ma che non è ben vista da alcuni professori che si domandano come mai va a scuola, "che tanto tra poco ti sposi". Il marito di Fadila faceva lo stampatore ma ha perso il lavoro, quindi i pochi soldi che lei guadagna devono bastare per tutti. Durante la guerra la sua vecchia casa è stata distrutta e lei ferita.
Gorica SarajevoMa non si lamenta Fadila: è contenta di avere una casa (grazie ad aiuti internazionali, mi dice) e un lavoro, così i suoi figli possono andare a scuola. E io sono contenta di averla conosciuta: è stato un vero privilegio.
Mentre conversiamo la mamma, Šelifa, che non vuole farsi fotografare mi offre un caffè e un bicchiere di succo di frutta. Ha cinquantotto anni e vive da sempre a Gorica. Il marito, il padre di Fadila, è andato alla scuola Hasan Kikić, insieme con Emir Kusturica, che qui è considerato un po' un mito. Proprio dalla scuola elementare Kikić che, a sentire anche gli "altri", è un'ottima scuola, Kusturica ha mosso i suoi primi passi in quel mondo che, poi, sarebbe diventato "Il tempo dei gitani".

Attraverso la stradina e vedo quattro persone che si danno da fare per segare un pezzo di compensato. Chiedo se posso parlare un po' con loro e scattare delle fotografie. "Sì, mi dicono, ma non qui fuori, entriamo in casa." Mi tolgo le scarpe, come fanno gli altri (e come si usa in tutte le case a Sarajevo) e mi siedo per terra, ascoltando le loro storie. In casa (tre camere da letto, una cucina e un bagno) vivono quindici persone, tra la mamma, Nazmija, il papà, qualche figlio e qualche nipote (fate voi il conto, io l'ho perso).
Una delle figlie sa lo sloveno perché vive a Maribor insieme al marito, che lavora asfaltando strade. Mi dice che la situazione della famiglia, a Sarajevo, è pesante: nessuno lavora in questo momento e lei solo ogni tanto riesce a portare qualcosa dalla Slovenia. Nessuna forma di sussidio, nessuna forma di assistenza. La scuola si paga e, non lavorando nessuno, i bambini non ci possono andare. "Come imparano allora a leggere e a scrivere?" domando. "Qualcuno in casa insegna loro", mi risponde Šeribana. In realtà, mi spiegherà dopo Dubravka, un'amica di qui, che conosce perfettamente l'italiano, la scuola elementare è gratuita, ma è necessario pagare quaderni, matite, trasporti, e alcuni non se lo possono permettere. La famiglia, come quella di Fadila, è musulmana ma, a differenza di quest'ultima, è praticante. Le donne non portano il velo, ma tutti vanno in moschea e seguono il Ramadan (fatta eccezione per le sigarette) per tutta la durata del rito. "E i bambini?", domando. "No, loro no. Loro hanno bisogno di mangiare durante il giorno".
Alla mia affermazione "i gitani sono oggetto di molti pregiudizi" uno degli uomini ci tiene a precisare che loro non sono gitani, ma sono rom. "I gitani sono quelli che rubano, chiedono la carità e cose simili, i rom no." Gitani, rom, zingari, la mia testa inizia a pulsare così saluto la famiglia, con il proposito molto chiaro di uscire dalla mia completa ignoranza in materia e di tornare a trovarli prima di ripartire.


Oggi è anche un giorno speciale perchè in casa di Mira si festeggia il compleanno di Hilda, la nipotina, che compie tre anni.
In realtà il compleanno verrà festeggiato domani perché la famiglia non se la sentiva di fare una festa, visto che oggi si commemora il genocidio di Srebrenica.
Anche Mira vive a Gorica (il quartiere dei rom), ha 61 anni e attende la pensione (che arriverà appena fra quattro anni). Non lavora, come del resto gli altri in famiglia, ad eccezione di un figlio, che ha però dovuto spostarsi in Germania una decina di anni fa. Prima della guerra Mira faceva le pulizie e il marito il carrozziere, ma adesso non c'è più lavoro e l'unico sussidio che percepiscono è quello per la bambina. Davanti a una tazza di caffè mi dice che la vita è dura: senza lavoro non si ha diritto nemmeno all'assicurazione sanitaria. La Croce Rossa una volta all'anno porta un pacco, ma questo è tutto quello che ricevono dalla cosiddetta "solidarietà internazionale". Mi mostra la sua casa, dove non mancano divani e poltrone per accogliere gli ospiti, né le stanze da letto, in una delle quali dormono lei e la piccola.
La bimba non va all'asilo perché la mamma può stare con lei, dato che non lavora. "Ma", aggiunge Mira, "i miei tre figli sono andati all'asilo perchè sia io che mio marito lavoravamo tutto il giorno". Sono andati anche a scuola i figli, hanno terminato le elementari (l'equivalente della scuola media italiana). "Sotto la Jugoslavija si stava bene", aggiunge, "c'erano fabbriche, c'era lavoro, l'assistenza sanitaria era per tutti e la scuola anche." "Se trovo una persona che mi parla male della "Federativna", giuro che gli offro da bere fino a ubriacarlo", le dico prima di andarmene. Ridono, lei e la figlia, sapendo perfettamente che non ne troverò nessuno (come non ne ho trovati finora) che mi parlerà male della vecchia Jugoslavija. Non mi resta che salutarle e rinnovare un semplice "tanti auguri Hilda!"

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sabato 6 luglio 2013

Gli invisibili

Oggi è sabato e tutti, turisti e non, bene o male si fanno una passeggiata in centro per fare shopping o, semplicemente, per conversare davanti a un caffè in un bar. Così decido di andare (come d'abitudine, del resto, da 35 anni almeno) "in direzione ostinata e contraria", camminando lungo la Miljačka.
Dalle parti dell'Holiday Inn (sede dei giornalisti esteri durante l'ultima guerra) non posso non notare alcune case completamente sventrate dai colpi di artiglieria pesante. Fra di esse una, di cui resta in piedi solo un muro laterale. A fianco ci sono delle baracche. Mi avvicino. Un bambino mi guarda e scappa dentro casa. La mamma subito dopo esce e mi domanda, molto gentilmente, cosa desidero. Le rispondo, con totale sincerità, che mi piacerebbe scattare delle foto. Immediatamente un'altra donna, giovane, mi chiama e mi dice "vieni, vieni a vedere come viviamo, che sappiano anche gli altri". Mi conduce nella sua casa, se così si può chiamare una baracca in lamiera di tre metri per quattro (forse) composta da un divano-letto a una piazza, una poltrona e una stufa, da cui si entra attraverso una porta-fessura chiusa da una tenda.
Ci vivono in quattro, in quella casa: lei, il figlio, il marito e il cane. Non hanno elettricità, non hanno acqua, e l'odore è talmente forte che mi viene la pelle d'oca sulle braccia. Le chiedo come si chiama. Me lo dice ma, questa volta, non capisco: la donna o, meglio, la ragazza, è senza denti. Il marito sta seduto sul divano-letto, con una coperta addosso. Di là non esce mai, almeno così capisco.
Capisco solo che in quella baracca stanno da cinque anni, che non hanno lavoro, che non hanno nessun tipo di aiuto. Mi domanda da dove vengo. "Trieste", le rispondo, "la conosci"? No, non sa dov'è Trieste, non sa dov'è l'Italia, non sa dov'è la Slovenia.


Dopo aver finito di bere il caffè, ringrazio per l'ospitalità, mi allontano e riprendo a vagare, con l'intenzione di risalire a Gorica. Adesso ho capito perché ieri è andata com'è andata: non sono stata sincera, ho tergiversato e le persone lo hanno capito perfettamente. Non riesco però ad arrivare sulla cima della collina perchè i miei piedi mi conducono dentro al cortile di una casa interamente in legno. Salgo le scale e, da una porta aperta, intravedo una famiglia seduta a fumare intorno a un tavolo. Saluto e chiedo se posso disturbarli per un po'. "Certamente", mi dice la padrona di casa, una donna che, all'apparenza, potrebbe avere tra i 45 e i 50 anni ma che, in realtà, ne ha solo trentasei. Mi fa accomodare sul divano, di fianco all'altro ospite, un amico di famiglia, e mi offre un caffè con ben tre zollette di zucchero. Anche la famiglia Džemaili se la passa piuttosto male: mamma, due figli maschi, due figlie femmine e un nipotino di un anno e nove mesi condividono una cucina-salotto e due camere da letto. Nessuno lavora.
Entrambe le figlie sono giovani: avevano rispettivamente un anno e due quando scoppiò la guerra. Domando loro se sono andate a scuola. "Si, ma solo alle elementari", mi risponde la più grande delle due. "Un libro costa 20 marchi (10 euro circa) e non ce lo possiamo permettere". Mi dicono che non hanno nessuna forma di assistenza e che la mamma è troppo giovane per avere una pensione. Nei pochi attimi di silenzio sento degli strani rumori. "Ci sono i topi in casa?" domando quasi sapendo quale potrebbe essere la risposta. "Sì", mi risponde la ragazza più giovane. "Qui non entrano perché c'è troppo rumore, ma se vuoi ti porto nella stanza dove dorme il bambino, e lì li puoi vedere." Rifiuto perché la mia paura dei topi è qualcosa che va al di là delle mie possibilità fisiche e, soprattutto, mentali. "Di cosa avete soprattutto bisogno?" domando alla mamma. "Di cibo, di vestiti, di medicine. Io soffro di cuore e ho anche problemi di circolazione e le medicine devo pagarmele tutte".
Anche il signor Vukšić, l'amico di famiglia, soffre di problemi di salute: ha il diabete. Lui deve mantenere tre gemelli di due anni con una pensione di invalidità di 320 marchi al mesi (160 euro). Il suo caso, mi mostra su una fotocopia di giornale, è stato riportato anche da Oslobodjenje, ma, palesemente, niente si è mosso nel frattempo.
Quando mi immetto sulla strada principale noto che mi tremano le mani. Non posso far altro che rendermi anch'io invisibile, immergendomi nella corrente della Baščaršija. La mia, però, è una decisione del tutto volontaria.


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